Lo straordinario gelato delle sorelle Pirovini
Mio padre era elettricista, in pensione da pochi mesi. Un giorno volle che lo seguissi nella vecchia villa che sorgeva poco distante da casa nostra, a Cossogno, solitario paese immerso nel verde della collina verbanese.
Era stato chiamato dalle proprietarie, tre anziane sorelle. In un locale l’interruttore della luce non funzionava, si trattava di un lavoretto veloce, pensava.
Null’altro che un favore, quello che papà si era impegnato a fare, senza compenso se non una bottiglia di vino per lui e una fetta di torta per me.
– Devi sapere che le signorine Pirovini – sì, mio padre le chiamò proprio così, “signorine”, perché nessuna di loro si era maritata – avevano una latteria e trattoria a Milano, vicino a Brera, il quartiere dei pittori. Per questo possiedono tanti quadri.
– Il tuo papà dice il vero – aggiunse Lina – da bambine abbiamo avuto la fortuna di conoscere celebrità come Giovanni Segantini, Tranquillo Cremona, Cesare Tallone e tanti altri pittori del tempo.
– Durante la seconda guerra mondiale – proseguì – non vi potete immaginare quanti furono gli artisti e gli intellettuali approdati nella nostra latteria. Ebbene sì, le nostre case sono piene di quadri e, senza volerlo, abbiamo fatto storia… ossia: l’epoca delle sorelle Pirovini, tanto che veniamo ricordate, con nostra sorpresa, da giornali, riviste, radio-tv e perfino citate in diversi libri.
Mentre Lina infervorata raccontava, Cecilia alzatasi afferrò una scatola appoggiata su uno scaffale. L’aprì e con mia grande meraviglia vi scorsi dentro numerosi ritagli di giornali e riviste; li sfogliò ad uno ad uno finché trovò quello che cercava. Tornò al tavolo con noi.
– Ecco, leggi a voce alta – disse rivolgendosi alla sorella.
Lina, inforcati gli occhiali da vista, iniziò la lettura: «Fu per noi un Natale triste. Non ci fu l’albero con le palle d’argento e coi lumini. Né ci fu il solenne pranzo della vigilia, tutto di magro secondo il costume veneziano, che di solito culminava in un gigantesco branzino e quindi nello straordinario gelato delle sorelle Pirovini, quelle di via Fiori Chiari, che adesso gestiscono, allo stesso indirizzo, un ristorante, ma non fanno più quei sorbetti meravigliosi che, almeno a mio gusto, non avevano rivali in nessuna parte del mondo, comprese Napoli e Palermo».
– È un racconto di Dino Buzzati, s’intitola “Lo strano boxer sul comodino” ed è stato pubblicato non molti anni fa, nel 1971, sulla rivista “Arianna”. Sapete chi è Buzzati, vero? – domandò Cecilia.
Mio padre rimase in silenzio, fui io a toglierlo dall’imbarazzo: – Certo, signorina, l’autore di “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” – risposi senza titubanza, pensando che a volte quel che s’impara a scuola non sempre è inutile.
– Bravo! – Disse la signorina Lena mentre depositava sul mio piatto un’altra fetta di torta. Era questo il premio per aver saputo rispondere? No, assolutamente, il forno di Lena era sempre in attività per tutti i bimbi del paese.
– Lo ricordiamo bene, noi sorelle, il piccolo Buzzati che veniva in Latteria a comprare il gelato. Abitava in via San Marco, non molto distante da noi. Aveva 14 anni quando nel 1920 rimase orfano di padre. Il racconto in cui veniamo citate è ambientato nel Natale di quell’anno – precisò Cecilia.
– Poi da adulto tornò spesso da noi, lavorava al Corriere della Sera che aveva sede a pochi passi da Via Fiori Chiari – aggiunse Lena.
– Io lo ricordo da ragazzo – disse Lina – perché eravamo coscritti, nati entrambi nel 1906. A gestire la Latteria c’era ancora nostra zia, noi s’aiutava, s’imparava il mestiere. Lei, nostro padre Pietro e zio Francesco s’erano trasferiti nel capoluogo lombardo negli anni ‘80 del secolo scorso, vendevano latte per le strade. Poi, coi primi guadagni, acquistarono il piccolo locale che a Milano fu da tutti conosciuto come la “Trattoria Pirovini Latteria Gelateria”.
Più le ascoltavo, più la storia m’affascinava. In breve il tavolo si riempì di libri, giornali, carte, foto… davanti ai miei occhi scorreva un secolo di storia.
– Quindi la latteria non l’avete aperta voi? – chiesi volgendo lo sguardo da sorella a sorella.
– No, come ti abbiamo detto furono nostro padre e lo zio Francesco i primi proprietari. La loro sorella, zia Genoveffa, e le rispettive mogli li aiutavano in negozio, ma erano gli uomini a mantenere i contatti con le latterie sociali del milanese che li rifornivano. Nostra mamma era figlia di un oste e un po’ di esperienza l’aveva. La zia, invece, fu la prima a capire che occorreva tenere i prezzi bassi per attirare i tanti studenti che frequentavano la vicina Accademia di Belle Arti.
Era stato chiamato dalle proprietarie, tre anziane sorelle. In un locale l’interruttore della luce non funzionava, si trattava di un lavoretto veloce, pensava.
Null’altro che un favore, quello che papà si era impegnato a fare, senza compenso se non una bottiglia di vino per lui e una fetta di torta per me.
Era maggio. Azalee, rose e un maggiociondolo circondavano la dimora allietando il giardino coi loro colori. Non ricordo da chi fummo accolti. Forse da Lina, che tra le sorelle era la più giovane.
La stanza rimasta senza luce era al secondo dei tre piani che s’innalzavano su un panoramico poggio affacciato sulla valle. Sullo sfondo, a completare lo scenario, uno spicchio di Lago Maggiore.
Mio padre individuò subito il guasto e, facendosi passare da me gli utensili necessari, si mise all’opera.
– Osserva e impara – disse – ma per il momento non toccare, l’elettricità è più pericolosa di quel che pensi.
Avevo poco più di quattordici anni e non c’era mestiere che mio papà non cercasse di insegnarmi: vangare e seminare l’orto, falciare l’erba, tagliare e spaccare la legna, sostituire le tegole rotte, pulire le canne fumarie, tanto altro e, ovviamente, aggiustare impianti elettrici.
Terminato il lavoro, fummo accompagnati in un ampio salone adorno di quadri. Così tanti non ne avevo mai visti! Paesaggi, ritratti, nature morte, bizzarre figure geometriche, dipinti sgargianti o disegni al tratto, una varietà di stili e artisti dei quali non compresi il valore.
Li osservavo mentre degustavo il dolce preparato dalla signorina Lena, senza immaginare che un giorno avrei ricordato e scritto di quei quadri e delle loro proprietarie, le sorelle Pirovini.
– Quanti quadri! – esclamai meravigliato.
– Eh sì, sono proprio tanti. E questi non sono tutti, ne abbiamo molti altri anche nella casa di Milano – mi rispose Cecilia, la più vecchia delle tre sorelle, classe 1892. Elena, detta Lena, era del 1896, mentre Carolina, per tutti Lina, era del 1906.
Pietro Pirovini, il padre, era nato a Cossogno nel 1862. Brigida “Bice” Benzi, la madre, nel 1867, nella vicina Cicogna. Pietro e Bice si erano sposati nel 1888. La donna aveva partorito ben tredici volte. Otto erano le figlie sopravvissute, finché nel 1907 era arrivato Zaccaria Rino, l’ultimogenito. «Finalmente un maschio», ebbero di sicuro a dire in famiglia. I genitori di Pietro si erano sposati in Vallemaggia, nel Canton Ticino, dove da qualche generazione i Pirovini emigravano stagionalmente in cerca di lavoro.
Mio padre individuò subito il guasto e, facendosi passare da me gli utensili necessari, si mise all’opera.
– Osserva e impara – disse – ma per il momento non toccare, l’elettricità è più pericolosa di quel che pensi.
Avevo poco più di quattordici anni e non c’era mestiere che mio papà non cercasse di insegnarmi: vangare e seminare l’orto, falciare l’erba, tagliare e spaccare la legna, sostituire le tegole rotte, pulire le canne fumarie, tanto altro e, ovviamente, aggiustare impianti elettrici.
Terminato il lavoro, fummo accompagnati in un ampio salone adorno di quadri. Così tanti non ne avevo mai visti! Paesaggi, ritratti, nature morte, bizzarre figure geometriche, dipinti sgargianti o disegni al tratto, una varietà di stili e artisti dei quali non compresi il valore.
Li osservavo mentre degustavo il dolce preparato dalla signorina Lena, senza immaginare che un giorno avrei ricordato e scritto di quei quadri e delle loro proprietarie, le sorelle Pirovini.
– Quanti quadri! – esclamai meravigliato.
– Eh sì, sono proprio tanti. E questi non sono tutti, ne abbiamo molti altri anche nella casa di Milano – mi rispose Cecilia, la più vecchia delle tre sorelle, classe 1892. Elena, detta Lena, era del 1896, mentre Carolina, per tutti Lina, era del 1906.
Pietro Pirovini, il padre, era nato a Cossogno nel 1862. Brigida “Bice” Benzi, la madre, nel 1867, nella vicina Cicogna. Pietro e Bice si erano sposati nel 1888. La donna aveva partorito ben tredici volte. Otto erano le figlie sopravvissute, finché nel 1907 era arrivato Zaccaria Rino, l’ultimogenito. «Finalmente un maschio», ebbero di sicuro a dire in famiglia. I genitori di Pietro si erano sposati in Vallemaggia, nel Canton Ticino, dove da qualche generazione i Pirovini emigravano stagionalmente in cerca di lavoro.
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Le sorelle Pirovini. Da sinistra, Cecilia, Rachele, Giuseppina, Elena "Lena", Carolina "Lina" con in braccio la pronipote Cecilia. |
– Devi sapere che le signorine Pirovini – sì, mio padre le chiamò proprio così, “signorine”, perché nessuna di loro si era maritata – avevano una latteria e trattoria a Milano, vicino a Brera, il quartiere dei pittori. Per questo possiedono tanti quadri.
– Il tuo papà dice il vero – aggiunse Lina – da bambine abbiamo avuto la fortuna di conoscere celebrità come Giovanni Segantini, Tranquillo Cremona, Cesare Tallone e tanti altri pittori del tempo.
– Durante la seconda guerra mondiale – proseguì – non vi potete immaginare quanti furono gli artisti e gli intellettuali approdati nella nostra latteria. Ebbene sì, le nostre case sono piene di quadri e, senza volerlo, abbiamo fatto storia… ossia: l’epoca delle sorelle Pirovini, tanto che veniamo ricordate, con nostra sorpresa, da giornali, riviste, radio-tv e perfino citate in diversi libri.
Mentre Lina infervorata raccontava, Cecilia alzatasi afferrò una scatola appoggiata su uno scaffale. L’aprì e con mia grande meraviglia vi scorsi dentro numerosi ritagli di giornali e riviste; li sfogliò ad uno ad uno finché trovò quello che cercava. Tornò al tavolo con noi.
– Ecco, leggi a voce alta – disse rivolgendosi alla sorella.
Lina, inforcati gli occhiali da vista, iniziò la lettura: «Fu per noi un Natale triste. Non ci fu l’albero con le palle d’argento e coi lumini. Né ci fu il solenne pranzo della vigilia, tutto di magro secondo il costume veneziano, che di solito culminava in un gigantesco branzino e quindi nello straordinario gelato delle sorelle Pirovini, quelle di via Fiori Chiari, che adesso gestiscono, allo stesso indirizzo, un ristorante, ma non fanno più quei sorbetti meravigliosi che, almeno a mio gusto, non avevano rivali in nessuna parte del mondo, comprese Napoli e Palermo».
– È un racconto di Dino Buzzati, s’intitola “Lo strano boxer sul comodino” ed è stato pubblicato non molti anni fa, nel 1971, sulla rivista “Arianna”. Sapete chi è Buzzati, vero? – domandò Cecilia.
Mio padre rimase in silenzio, fui io a toglierlo dall’imbarazzo: – Certo, signorina, l’autore di “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” – risposi senza titubanza, pensando che a volte quel che s’impara a scuola non sempre è inutile.
– Bravo! – Disse la signorina Lena mentre depositava sul mio piatto un’altra fetta di torta. Era questo il premio per aver saputo rispondere? No, assolutamente, il forno di Lena era sempre in attività per tutti i bimbi del paese.
– Lo ricordiamo bene, noi sorelle, il piccolo Buzzati che veniva in Latteria a comprare il gelato. Abitava in via San Marco, non molto distante da noi. Aveva 14 anni quando nel 1920 rimase orfano di padre. Il racconto in cui veniamo citate è ambientato nel Natale di quell’anno – precisò Cecilia.
– Poi da adulto tornò spesso da noi, lavorava al Corriere della Sera che aveva sede a pochi passi da Via Fiori Chiari – aggiunse Lena.
– Io lo ricordo da ragazzo – disse Lina – perché eravamo coscritti, nati entrambi nel 1906. A gestire la Latteria c’era ancora nostra zia, noi s’aiutava, s’imparava il mestiere. Lei, nostro padre Pietro e zio Francesco s’erano trasferiti nel capoluogo lombardo negli anni ‘80 del secolo scorso, vendevano latte per le strade. Poi, coi primi guadagni, acquistarono il piccolo locale che a Milano fu da tutti conosciuto come la “Trattoria Pirovini Latteria Gelateria”.
Più le ascoltavo, più la storia m’affascinava. In breve il tavolo si riempì di libri, giornali, carte, foto… davanti ai miei occhi scorreva un secolo di storia.
– Quindi la latteria non l’avete aperta voi? – chiesi volgendo lo sguardo da sorella a sorella.
– No, come ti abbiamo detto furono nostro padre e lo zio Francesco i primi proprietari. La loro sorella, zia Genoveffa, e le rispettive mogli li aiutavano in negozio, ma erano gli uomini a mantenere i contatti con le latterie sociali del milanese che li rifornivano. Nostra mamma era figlia di un oste e un po’ di esperienza l’aveva. La zia, invece, fu la prima a capire che occorreva tenere i prezzi bassi per attirare i tanti studenti che frequentavano la vicina Accademia di Belle Arti.
Mi passarono un vecchio libro dal titolo “I racconti del pittore Gervasio” pubblicato nel 1931.
– Leggi, leggi qua – mi disse una di loro indicando alcune righe. Presi coraggio e, a voce alta, iniziai:
– Leggi, leggi qua – mi disse una di loro indicando alcune righe. Presi coraggio e, a voce alta, iniziai:
– “Almeno a primavera le cose cambiavano. Si mangiava in Latteria dalla Genoveffa che non ho mai capito come potesse darci per soli due soldi latte, caffè e pane; talvolta si prendeva anche il sorbetto. Era forse una mecenate, a modo suo, di noi poveri studenti?” – lessi cercando di non incespicare nelle parole.
– Anche voi signorine – intervenne mio padre – eravate conosciute per la vostra generosità.
– Come ben sa, Lino, abbiamo solo fatto il nostro dovere di cristiane – disse Cecilia, la più pia delle sorelle, che da giovane aveva insegnato religione a Desio, nell’hinterland milanese.
– Erano tempi difficili, tempi di povertà – proseguì –; prima la Grande Guerra poi il fascismo e tutto quel che si portò dietro. Gli studenti di Brera, ma anche molti giovani intellettuali, venivano a elemosinare, è proprio il caso di dirlo, un pasto caldo da noi.
– Ricordate lo scrittore Luciano Bianciardi? – la domanda di Lina alle altre sorelle era ovviamente retorica.
– Non parlarne, quell’anarchico era tanto brillante quanto dissoluto! – affermò decisa Cecilia, che dall’occhiataccia di rimprovero fece capire di non voler dire altro di tal personaggio a me del tutto sconosciuto.
– Sì, sì, hai ragione, ma era pur sempre un brav’uomo e anche la sua amica Maria era carina. Grazie a lui in latteria fu anche girato un film con protagonisti Ugo Tognazzi e la bella Giovanna Ralli – insistette Lina, alla quale a quanto pare questo Luciano stava simpatico.
– Lina, cambiamo discorso! – concluse la sorella più anziana.
Solo molti anni dopo scoprii il romanzo “La vita agra” di Bianciardi e il film che ne fu tratto da Carlo Lizzani, anch’egli cliente della Latteria Pirovini, descritta come l’ultimo avamposto meneghino in cui regnava un poco di libertà, un mondo non ancora attaccato dal pensiero del successo e del denaro.
Mi mostrarono svariate foto scattate all’interno del loro locale, elencando alcuni dei clienti di quel periodo: giornalisti e scrittori, pittori e registi, studenti e professori, poeti e saltimbanchi, uomini e donne che quando sedevano ai tavoli delle Pirovini non parlavano solo di quadri e di messe in scena, ma anche di vita quotidiana e di politica.
In quell’ambiente a volte goliardico le leggende fiorivano, i conti mai pagati s’allungavano, molti amori nascevano e sfiorivano sotto gli occhi delle severe e pie sorelle.
– Guardate quel disegno – ci disse Lina, indicando un quadretto appeso al centro della parete.
Era un Cristo in croce. Decine e decine di linee nero inchiostro su carta marroncina andavano a formare la figura di un uomo crocefisso. La scritta INRI non lasciava dubbi sull’identità del sacro personaggio. Una firma, Ibrahim Kodra 46, indicava l’autore e l’anno di esecuzione dell’opera.
– A proposito di “conti mai pagati”, ecco un esempio di come gli artisti saldavano i loro debiti: regalandoci dipinti, disegni, a volte anche semplici schizzi fatti sulla tovaglia di carta – aggiunse Lina, che delle sorelle era quella che in Latteria stava alla cassa e ora, più delle altre, viveva di ricordi.
– Però di questa Crocefissione c’è ben altro da raccontare – precisò Cecilia –. Ibrahim Kodra è un pittore albanese, musulmano. Arrivò a Milano nel 1938 grazie a una borsa di studio messa a disposizione dalla Regina dell'Albania. Si iscrisse all'Accademia di Brera, dove ebbe come maestri anche Carlo Carrà e Aldo Carpi, che noi conoscevamo perché venivano da noi a mangiare.
Ibrahim sedeva spesso ai nostri tavoli ma, a differenza di altri, arrivò ad avere un debito inestinguibile che infine saldò senza sborsare una lira, ma con una promessa: che si sarebbe convertito alla fede cristiana. Per dimostrarcelo disegnò questo Cristo che volle regalarci con altri suoi “scarabocchi”, così li giudicammo allora. Ho letto che oggi è considerato l'unico pittore albanese ad aver ottenuto successo e riconoscimenti a livello mondiale. Chissà quanto valgono questi suoi “scarabocchi”? – concluse Lina rivolgendosi alle altre due sorelle.
Le pagine che parlavano delle Latteria Pirovini, aperte sul tavolo, parevano magicamente moltiplicarsi. Tra queste vi era il racconto di uno scultore, di cui per anni ricordai il nome tanto era poco comune: Ettore Sottsass. Poi scoprii chi fosse, un maestro del design, leggendo un articolo del Corriere della Sera a firma Guido Vergani: «Era il 1947. La povertà mi aveva spinto a lasciare Torino per Milano. Avevo trent’anni. Mi ero laureato giovanissimo; poi, sei anni in divisa. Stavo per sposarmi con Fernanda, Fernanda Pivano. Dovevo trovare un lavoro. Facevo la fame. Capitai in via dei Fiori Chiari. Saranno state le quattro. Lo stomaco mi catapultò dalle Pirovini. Non mi conoscevano. Dovevo avere un’aria disperata. Mi dissero: “Venga venga che le diamo qualcosa”. “Guardate che non posso pagare”. “Venga lo stesso”. Mi prepararono una cioccolata e un po’ di pane. Erano degli angioli».
– La Latteria era piccola, ma molto ospitale – sbottò a sorpresa mio padre, che negli anni ’50, di passaggio da Milano, aveva fatto visita alle sorelle.
Riguardai alcune delle foto sparse qua e là tra giornali e libri. Vidi un locale lungo e stretto, tutto piastrellato di bianco. Anche i tavoli erano lunghi, poche sedie e tante panche dove stavano sedute molte persone. In un angolo, una grande stufa di terracotta. In fondo, si apriva un’ampia cucina con un camino dove le sorelle, mi dissero, cuocevano la polenta. Qui, tutt’attorno, su tavoli più appartati, trovavano posto i professori dell’accademia.
– Ci furono anni in cui non avevamo neppure una cameriera, facevamo tutto noi – riprese a raccontare Cecilia.
– Anche voi signorine – intervenne mio padre – eravate conosciute per la vostra generosità.
– Come ben sa, Lino, abbiamo solo fatto il nostro dovere di cristiane – disse Cecilia, la più pia delle sorelle, che da giovane aveva insegnato religione a Desio, nell’hinterland milanese.
– Erano tempi difficili, tempi di povertà – proseguì –; prima la Grande Guerra poi il fascismo e tutto quel che si portò dietro. Gli studenti di Brera, ma anche molti giovani intellettuali, venivano a elemosinare, è proprio il caso di dirlo, un pasto caldo da noi.
– Ricordate lo scrittore Luciano Bianciardi? – la domanda di Lina alle altre sorelle era ovviamente retorica.
– Non parlarne, quell’anarchico era tanto brillante quanto dissoluto! – affermò decisa Cecilia, che dall’occhiataccia di rimprovero fece capire di non voler dire altro di tal personaggio a me del tutto sconosciuto.
– Sì, sì, hai ragione, ma era pur sempre un brav’uomo e anche la sua amica Maria era carina. Grazie a lui in latteria fu anche girato un film con protagonisti Ugo Tognazzi e la bella Giovanna Ralli – insistette Lina, alla quale a quanto pare questo Luciano stava simpatico.
– Lina, cambiamo discorso! – concluse la sorella più anziana.
Solo molti anni dopo scoprii il romanzo “La vita agra” di Bianciardi e il film che ne fu tratto da Carlo Lizzani, anch’egli cliente della Latteria Pirovini, descritta come l’ultimo avamposto meneghino in cui regnava un poco di libertà, un mondo non ancora attaccato dal pensiero del successo e del denaro.
Mi mostrarono svariate foto scattate all’interno del loro locale, elencando alcuni dei clienti di quel periodo: giornalisti e scrittori, pittori e registi, studenti e professori, poeti e saltimbanchi, uomini e donne che quando sedevano ai tavoli delle Pirovini non parlavano solo di quadri e di messe in scena, ma anche di vita quotidiana e di politica.
In quell’ambiente a volte goliardico le leggende fiorivano, i conti mai pagati s’allungavano, molti amori nascevano e sfiorivano sotto gli occhi delle severe e pie sorelle.
– Guardate quel disegno – ci disse Lina, indicando un quadretto appeso al centro della parete.
Era un Cristo in croce. Decine e decine di linee nero inchiostro su carta marroncina andavano a formare la figura di un uomo crocefisso. La scritta INRI non lasciava dubbi sull’identità del sacro personaggio. Una firma, Ibrahim Kodra 46, indicava l’autore e l’anno di esecuzione dell’opera.
– A proposito di “conti mai pagati”, ecco un esempio di come gli artisti saldavano i loro debiti: regalandoci dipinti, disegni, a volte anche semplici schizzi fatti sulla tovaglia di carta – aggiunse Lina, che delle sorelle era quella che in Latteria stava alla cassa e ora, più delle altre, viveva di ricordi.
– Però di questa Crocefissione c’è ben altro da raccontare – precisò Cecilia –. Ibrahim Kodra è un pittore albanese, musulmano. Arrivò a Milano nel 1938 grazie a una borsa di studio messa a disposizione dalla Regina dell'Albania. Si iscrisse all'Accademia di Brera, dove ebbe come maestri anche Carlo Carrà e Aldo Carpi, che noi conoscevamo perché venivano da noi a mangiare.
Ibrahim sedeva spesso ai nostri tavoli ma, a differenza di altri, arrivò ad avere un debito inestinguibile che infine saldò senza sborsare una lira, ma con una promessa: che si sarebbe convertito alla fede cristiana. Per dimostrarcelo disegnò questo Cristo che volle regalarci con altri suoi “scarabocchi”, così li giudicammo allora. Ho letto che oggi è considerato l'unico pittore albanese ad aver ottenuto successo e riconoscimenti a livello mondiale. Chissà quanto valgono questi suoi “scarabocchi”? – concluse Lina rivolgendosi alle altre due sorelle.
Le pagine che parlavano delle Latteria Pirovini, aperte sul tavolo, parevano magicamente moltiplicarsi. Tra queste vi era il racconto di uno scultore, di cui per anni ricordai il nome tanto era poco comune: Ettore Sottsass. Poi scoprii chi fosse, un maestro del design, leggendo un articolo del Corriere della Sera a firma Guido Vergani: «Era il 1947. La povertà mi aveva spinto a lasciare Torino per Milano. Avevo trent’anni. Mi ero laureato giovanissimo; poi, sei anni in divisa. Stavo per sposarmi con Fernanda, Fernanda Pivano. Dovevo trovare un lavoro. Facevo la fame. Capitai in via dei Fiori Chiari. Saranno state le quattro. Lo stomaco mi catapultò dalle Pirovini. Non mi conoscevano. Dovevo avere un’aria disperata. Mi dissero: “Venga venga che le diamo qualcosa”. “Guardate che non posso pagare”. “Venga lo stesso”. Mi prepararono una cioccolata e un po’ di pane. Erano degli angioli».
– La Latteria era piccola, ma molto ospitale – sbottò a sorpresa mio padre, che negli anni ’50, di passaggio da Milano, aveva fatto visita alle sorelle.
Riguardai alcune delle foto sparse qua e là tra giornali e libri. Vidi un locale lungo e stretto, tutto piastrellato di bianco. Anche i tavoli erano lunghi, poche sedie e tante panche dove stavano sedute molte persone. In un angolo, una grande stufa di terracotta. In fondo, si apriva un’ampia cucina con un camino dove le sorelle, mi dissero, cuocevano la polenta. Qui, tutt’attorno, su tavoli più appartati, trovavano posto i professori dell’accademia.
– Ci furono anni in cui non avevamo neppure una cameriera, facevamo tutto noi – riprese a raccontare Cecilia.
– Io stavo in cucina, Lena in sala e Lina alla cassa. Se il locale era affollato, studenti e scrittori in cerca di fortuna venivano in cucina a servirsi di quel che c’era. Stava poi a loro dire a Lina quel che avevano mangiato. Alla cassa sembrava di stare in un confessionale, perché lei li conosceva tutti e capiva subito se qualcuno si dimenticava di dichiarare qualche portata. Ma poi, come sempre, non gli contestava nulla, con cristiana carità lasciava andare.
Altri tempi, pensai. Io faticavo a capire, ma mio padre – classe 1924 –, che i patimenti di quegli anni li aveva vissuti in prima persona, comprese il tutto per filo e per segno annuendo col capo.
La chiacchierata proseguì a lungo, finché, fattosi tardi, ci accomiatammo dalle sorelle Pirovini e dai tanti frequentatori illustri della loro Latteria, nomi che avevo sentito in televisione o letto su antologie scolastiche: Renato Guttuso, Aligi Sassu, Giorgio Strelher, Elio Vittorini, Piero Calamandrei, Umberto Eco, Salvatore Quasimodo, Camilla Cederna, Dario Fo, Franca Rame, Enzo Jannacci… e questi sono solo alcuni di essi.
Ci avviammo verso l’esterno della villa, il sole oramai faceva capolino dietro la collina. Ma a me restava in gola una domanda: perché Dino Buzzati nel 1971 avesse scritto che le Pirovini non facevano più quello “straordinario gelato” che lui ricordava?
– La risposta è semplice – mi disse Lena, che per gelati e dolci era l’artista di casa.
Altri tempi, pensai. Io faticavo a capire, ma mio padre – classe 1924 –, che i patimenti di quegli anni li aveva vissuti in prima persona, comprese il tutto per filo e per segno annuendo col capo.
La chiacchierata proseguì a lungo, finché, fattosi tardi, ci accomiatammo dalle sorelle Pirovini e dai tanti frequentatori illustri della loro Latteria, nomi che avevo sentito in televisione o letto su antologie scolastiche: Renato Guttuso, Aligi Sassu, Giorgio Strelher, Elio Vittorini, Piero Calamandrei, Umberto Eco, Salvatore Quasimodo, Camilla Cederna, Dario Fo, Franca Rame, Enzo Jannacci… e questi sono solo alcuni di essi.
Ci avviammo verso l’esterno della villa, il sole oramai faceva capolino dietro la collina. Ma a me restava in gola una domanda: perché Dino Buzzati nel 1971 avesse scritto che le Pirovini non facevano più quello “straordinario gelato” che lui ricordava?
– La risposta è semplice – mi disse Lena, che per gelati e dolci era l’artista di casa.
– Nel 1963 lasciammo la gestione del locale ad altri e tornammo a vivere nel nostro paese. Eravamo oramai stanche e non più in grado di far fronte ai clienti che di anno in anno aumentavano. La Latteria mantenne per un po’ la vecchia insegna, ma non l’anima e il cuore della famiglia Pirovini. Il sorbetto che Buzzati mangiava da bambino era quello che preparavamo noi seguendo la ricetta di zia Genoveffa, sicuramente più artigianale e naturale del gelato venduto dai nuovi proprietari del ristorante.
– O forse – aggiunse Lina con malinconia – perché quando si è bambini si è felici con poco e tutto è più bello, tutto è più buono.
Lasciammo la villa e le sue proprietarie, mio padre soddisfatto per aver sa-puto rendersi utile ancora una volta, io felice di averlo accompagnato.
Era stato un pomeriggio che non avrei dimenticato facilmente, ne ero più che certo.
– O forse – aggiunse Lina con malinconia – perché quando si è bambini si è felici con poco e tutto è più bello, tutto è più buono.
Lasciammo la villa e le sue proprietarie, mio padre soddisfatto per aver sa-puto rendersi utile ancora una volta, io felice di averlo accompagnato.
Era stato un pomeriggio che non avrei dimenticato facilmente, ne ero più che certo.
©️Fabio Copiatti
Il racconto, in una versione più breve, nel 2024 si è classificato terzo al Premio internazionale Andrea Testore-Plinio Martini, sezione Narrativa.



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