Sulle tracce di Rosina
Rosina procede con passo regolare, apparentemente senza fatica, nonostante il pesante carico.
Io la immagino, quasi la seguo con lo sguardo, mentre s’allontana da Colloro, il suo villaggio, un centinaio di case rustiche e grezze come la pietra e il legno con cui sono costruite.
Il paese è adagiato su un pianoro assolato che domina la bassa valle della Toce. Tutt’attorno, dove il versante degrada, chilometri di muri a secco disegnano un paesaggio di terrazzi coltivati, prati, frutteti.
Da qui si sale, verso i monti al confine tra Ossola e Val Grande, in cammino tra alpeggi disseminati tra boschi e pascoli, utili solo a sopravvivere.
Rosina è una contadina poco più che ventenne, dal corpo robusto ma aggraziato, nascosto nell’ingombrante veste. La indossa con disarmante naturalezza, senza che sia da ostacolo al suo progredire lungo ripidi e tortuosi sentieri.
Nella gerla che grava sulle spalle, oltre alle vettovaglie che lascerà all’alpe, hanno trovato spazio anche i viveri di chi le pagherà la giornata.
Quattro alpinisti milanesi la seguono silenziosi, ma fiduciosi nel fatto che questa volta la meta sarà raggiunta, dopo il precedente fallito tentativo. Osservo anche loro, per niente a disagio su questi scabri e scoscesi sentieri, avvezzi a ben altre ascensioni.
Rosina è una portatrice di fine Ottocento, così erano chiamate le alpigiane disponibili ad accompagnare i soci CAI nelle loro gite alpine… ma è anche la compagna di questa mia escursione, prima immaginata, poi desiderata e, infine, negata dalla tragica pandemia da Covid-19.
La vita, si sa, non è avara di sorprese.
Da anni io e Sonia avevamo in programma di lasciare Cossogno, la valle e i monti che mi hanno visto crescere, però mai avrei immaginato di farlo alla vigilia di un anno, quello dell’emergenza sanitaria da Covid-19, in cui mi sarebbe stato impedito per lunghi interminabili mesi il ritorno, anche solo fugace, alla mia terra nativa.
Nel dicembre 2019 affetti e lavoro mi portano dal Verbano, sponda piemontese del Lago Maggiore, alla Valbelluna, entrambe terre di parchi nazionali, quelli della Val Grande e delle Dolomiti Bellunesi, di contadini, boscaioli, emigranti, alpinisti e partigiani.
Pochi mesi di “normalità” e mi ritrovo, tra marzo e giugno 2020, come disperso tra desideri e ricordi, a osservare le brulle pareti della Schiara e a sognare il ritorno su vette a me più famigliari.
Un nuovo libro in preparazione, Cicogna ultima Thule, mi porta a sfogliare giornali e riviste di anni ormai lontani, alla ricerca di notizie e personaggi da raccontare.
Altre letture del lungo periodo del confinamento, forse per un innato istinto di sopravvivenza, stimolano la mia fantasia. Mi accompagnano in viaggi che, nella memoria di qualche mese più tardi, sembreranno momenti realmente vissuti, luoghi davvero visitati, persone veramente incontrate lungo le catene alpine e appenniniche con Paolo Rumiz, nelle aree selvagge della Gran Bretagna con Robert MacFarlane o nella wilderness americana di John Muir.
Accade così che in quei giorni, su un numero della Rivista del CAI del giugno 1897, m’imbatto in una “portatrice”, una di quelle donne che sovente ho ammirato in antiche foto scattate durante escursioni o inaugurazioni di ricoveri alpini.
Che le donne di montagna fossero donne di fatica, è risaputo. Altri prima di me hanno affrontato il tema. Luigi Zanzi, ad esempio, in Il monte Rosa. La montagna dei Walser (1994) ricorda che per loro la giornata di lavoro cominciava prima dell’alba, attorno alle tre di notte: andavano la mattina presto a portare materiale vario (pane, vino, fascine di legna ecc.) ai rifugi e a fare la spola su e giù dagli alpeggi; poi svolgevano il lavoro dei campi (fieno, segale, ortaglia ecc.), poi i lavori di casa, la cura dei figli; e così via, di ora in ora, senza mai sosta.
Anche nei paesi della Val Grande ci furono molte donne impegnate occasionalmente a «portare materiale vario ai rifugi» e al seguito di alpinisti.
Quello delle “portatrici alpine” fu uno dei primati che i soci della Sezione Verbano del CAI amavano ricordare (gli altri erano la realizzazione del Sentiero Bove, «principe dei sentieri alpini» e la posa di «cartelli indicatori» lungo i sentieri). Ne troviamo traccia in una cronaca del 1893, quando alcuni di loro parteciparono al XXV Congresso nazionale del CAI svoltosi a Belluno. In quei giorni tra il 27 e 31 agosto, furono accompagnati sui monti del Cadore e dell’Agordino da robuste e sorridenti ragazze, vestite a festa, che «con un numero al braccio eran lì pronte per portare le robe nostre. Il sistema delle portatrici, inaugurato dalla Sezione Verbano, aveva così fatto scuola…»
In questi ultimi anni avrò letto centinaia di cronache delle prime “passeggiate alpine” pubblicate sulla stampa dell’epoca. Ho conosciuto guide alpine, soci CAI, gestori di rifugi, e di loro quasi sempre trovavo citato il nome. Di alcune guide ho anche scritto: Antonio Garoni, i fratelli Benzi e Brizio Ramoni sono tra quelle a cui sono più affezionato.
Perché, allora, questo incontro con la portatrice collorese è stato tanto diverso? Cos’aveva questa donna di così speciale da rendermi felice, addirittura eccitato?
Il nome, per l’appunto! Quante volte ho letto resoconti di escursioni alpine in Val Grande in cui sono citate anonime portatrici, quante volte ho ammirato la loro forza (ma anche la loro bellezza e fierezza!), senza poter dare mai un nome a quei volti? Mi è riuscito, recentemente, per le figlie della guida alpina Felice Benzi, Carolina, Enrichetta e Virgina, immortalate con padre e gitanti all’alpe Scaredi, ma solo per deduzione, non perché fosse riportato il loro nome sulla foto o nella descrizione dell’escursione.
Ora invece il nome era lì, stampato, ed era anche un nome bellissimo, Rosina.
Così, in pieno lockdown, mi sono ritrovato in cammino con lei e con i suoi “clienti” milanesi, percorrendo il sentiero che da Colloro, frazione di Premosello, conduce prima a La Motta, poi a La Piana, quindi a Stavelli, sulla via della Colma che conduce in Val Grande.
O almeno, così mi è sembrato di fare, di essere lì con loro, in quei due giorni d’aprile di fine Ottocento, a vivere momenti ricchi di spunti per altre future gite e, soprattutto, a soddisfare – seppur virtualmente – quel desiderio di montagna che si accentuava sempre più con il trascorrere delle settimane.
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La prima gita sociale del CAI Sezione Milano si sarebbe dovuta tenere domenica 4 aprile 1897; gli otto soci iscritti avevano come meta la Rossola, «una vetta ossolana ergentesi sulla sinistra del Toce sopra Premosello, tra il Pizzo di Proman e il Pizzo delle Pecore o Moncerigo, nella catena che separa la Valle dell'Ossola dalla Val Grande d’Intra», si leggeva nel programma.
I loro nomi erano: Francesco Allievi, Alessandro Bossi, Giulio Clerici, Paolo Fraschini, Camillo Gorla, Giuseppe Sada e Carlo Torrani, capitanati da Carlo Magnaghi.
Partirono da Milano la sera del sabato alle 16,10, passando da Novara, dacché la Linea ferroviaria del Sempione sarebbe stata completata solo pochi anni dopo, nel 1906. Il treno a vapore Novara-Domodossola li condusse a Premosello, «grosso villaggio assai pittoresco, abbellito da numerose villette, formante stazione sulla linea Novara-Domodossola». La scelta era caduta sulle sue irte montagne perché ancora poco “battute” dagli alpinisti.
Arrivata a Premosello alle 22,31, la comitiva fu accolta dal Sindaco, geom. Carlo Fontana-Rossi, il quale, avvertito della loro venuta, aveva telegrafato il mattino del sabato alla Sezione di Milano chiedendo informazioni su programma e numero dei gitanti, allo scopo di far loro preparare convenienti alloggi all'Albergo del Gallo, nel centro del paese.
Tra una chiacchiera e l’altra, non sempre beneaugurante per la camminata prevista, arrivò la mezzanotte e il momento del congedo.
– Impossibile raggiungere la vetta della Rossola, domani è previsto maltempo – disse il Sindaco.
– In alto c’è ancora troppa neve e per di più fresca – aggiunse.
Nulla da fare, inutile cercare di dissuadere chi ha pianificato da mesi l’escursione, viaggiato per 100 e più chilometri e si ritrovava ora con la meta quasi a portata d’occhio.
Il mattino seguente, alle 6 in punto, sotto un cielo minaccioso, gli alpinisti s’incamminarono, guidati da un montanaro e da una portatrice.
Dopo un’ora di marcia, le previsioni del Primo Cittadino si avverano e una fitta pioggerella iniziò a scendere dal cielo. Una densa nebbia li avvolse.
Passate le alpi di Lut, La Piana e La Motta, scesero in una valletta, dove un rio rumoreggiava quasi volendo atteggiarsi a torrente.
Erano da poco passate le 9 e una leggera nevicata iniziò a imbiancare il paesaggio. Gli alpinisti chiesero di fermarsi a far colazione, all’alpe Stavelli. Malgrado la neve cadente, preferirono stare all’aperto, non abituati al profumo poco gradevole che fuoriusciva dalle baite.
Rosina e il suo compaesano, rifocillatisi nel tepore della stalla, sorridevano osservando i milanesi avvolti nei loro tabarri ormai fradici e gelidi.
Poco dopo le 10, lasciata in loco Rosina, che aveva il suo bel daffare con i preparativi dell’ormai vicina stagione d’inalpamento, i gitanti volsero a Nord Ovest su per i fianchi della Rossola.
– Saprà trovare la via di salita? – s’interrogava ad alta voce la giovane mentre gli uomini svanivano verso il nulla.
Conosceva il suo compaesano. Come molti, oltre che contadino era anche cacciatore, quindi sapeva muoversi più che bene sul territorio. Ma in quelle condizioni di scarsa visibilità era sicura che non si fosse mai trovato. Lei invece sì, tante volte nel tardo autunno le era toccato andare alla ricerca delle capre nel bel mezzo di una tormenta.
Però non poteva seguirli, non glielo avevano chiesto, e poi sarebbe stato sgarbato nei confronti della guida da loro ingaggiata.
La comitiva oramai era immersa nella nebbia sempre più fitta, con il nevischio che oltretutto pungeva sul viso quei pochi centimetri quadrati di pelle rimasti scoperti da voluminose sciarpe e ampi cappelli in lana cotta.
Verso le 11 attaccarono un immacolato pendio nevoso. Per procedere occorreva gradinare. Le imprecazioni si dispersero nell’aria.
Il montanaro a cui si era affidati si stava rivelando una pessima guida.
– Dov’è la vetta? Da che parte si sale? – chiese Magnaghi senza trovar risposta.
L’ora era tarda, lo sconforto tanto. Tra dedali di rocce, residui di nevai invernali, fianchi sempre più scoscesi, qualcheduno rischiò più volte di scivolare, anzi, fu proprio l’alpigiano a ruzzolare per qualche metro lungo il pendio ghiacciato.
Nell’assenza di punti di riferimento che indicassero esattamente dove si trovavano, decisero a malincuore di ripiegare verso la via fin lì percorsa e ridiscendere a Premosello in tempo per prendere l'ultimo treno per Milano.
Vi giunsero allorché le circostanti vette nevose s’illuminavano, quasi per scherno, agli ultimi raggi del sole che era rimasto ostinatamente nascosto durante tutta l’ascensione e lasciando loro il dubbio di essere stati a pochi passi dalla meta.
Alle 23 furono di ritorno a Milano.
Qualche settimana dopo, però, vollero riprovarci.
Infatti nel tardo pomeriggio di sabato 1° maggio, tre di loro, Magnaghi, Allievi e Torrani, con l’aggiunta di Alberto Riva, ripresero la via dell’Ossola con un tempo che, anche questa volta, nulla di buono presagiva.
Arrivarono a Premosello sotto una pioggia incessante. Rividero con piacere il Sindaco che li ricevette con le consuete premure e gentilezze.
La notte fu clemente e scacciò ogni nuvola. All’alba partirono sotto un cielo stellato, scortati solamente dalla brava e robusta portatrice Rosina Primatesta, che aveva già fatto parte della prima gita.
Ripercorsero lo stesso tragitto del precedente tentativo, ma con animo e attese ben diversi.
Verso mezzodì erano sulla vetta della Rossola.
Gli “Excelsior!” non mancarono, così come lo sventolio del gagliardetto sezionale.
Il cielo limpido e il panorama stupendo delle Alpi e della pianura li trattennero sulla cima per più di un’ora. Erano stanchi, ma estasiati da cotanta bellezza. Alcune pose fotografiche immortalarono il gruppo e quel che lo circondava. A sud ammirarono il Proman ancora imbiancato, sullo sfondo il lago Maggiore e i laghi minori di Varese, Monate e Comabbio. A nord, nel fondovalle, apparivano Domodossola e un buon tratto del corso del Toce.
Magnaghi ricordava di aver letto che la vetta del Proman era stata conquistata il 10 luglio 1881 da tre alpinisti. L’ascensione, non tanto facile a farsi, era stata tentata altre volte. Ebbero per guida il bravo alpigiano Antonio Ruga, famoso cacciatore di camosci, uomo robusto e forte, assai pratico di quei monti. Due di loro, Carlo Sutermeister ed Enrico Weiss, l’anno successivo raggiunsero anche la Cima del Pedum, questa volta con Giacomo Benzi.
Poco dopo le 13, gli alpinisti milanesi iniziarono la discesa per Colloro, dove congedarono Rosina, non senza averla prima ringraziata e ricompensata con una lauta mancia, oltre che del dovuto onorario da portatrice come da tariffario CAI.
– No, no, signore, non deve! – si schernì la donna quando Magnaghi le porse le monete. L’orgoglio montanaro, però, prevalse per poco. Intascata la somma, Rosina s’allontanò soddisfatta e consapevole di aver svolto un buon servizio.
Un’interminabile scalinata li riportò a Premosello. Un ottimo pranzo li ristorò quanto basta per non saper rifiutare l’invito del Sindaco che li volle nella sua villetta. Dopo aver dato la stura a parecchie bottiglie di prelibato vino, chiese di essere ragguagliato sulla gita e sul comportamento della portatrice di Colloro. Sicuramente avrebbe seguitato a raccomandarla alle comitive di gitanti.
Trascorsa una seconda notte nell’ospitale villaggio, dove caddero tra le braccia di Morfeo, la mattina del lunedì, col primo treno, tornarono a Milano.
©️Fabio Copiatti
Il racconto è stato selezionato tra i 30 finalisti del Blogger Contest 2020 di Altitudini.it e poi pubblicato in F. Copiatti, È questa casa mia. Storie e racconti di Valgrande, Monterosa edizioni, 2023.

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