Sui monti di Premosello Chiovenda

Ci furono anni in cui il lavoro e la passione furono un buon pretesto per camminar su sentieri con la collega e amica Cristina Movalli.
Una delle mete raggiunte con lei in più di un’occasione fu la Colmi: così nel dialetto locale è conosciuta la sella erbosa che mette in comunicazione l’Ossola e la Valgrande.
Il bivacco del parco nazionale era di là da venire (fu inaugurato il 25 giugno 2000). A noi bastava la tenda o una vecchia stalla per trovar riparo la notte.



Una brigata di “cotorne”

Fu lassù, sui monti di Premosello Chiovenda, che Cristina mi raccontò di quando, tempo prima, aveva avvistato un numero imprecisato di cotorne. La linea di confine tra cresta e cielo era poco sopra di lei, al termine dell’erta salita. Ancora pochi passi e avrebbe scollinato. All’improvviso il silenzio fu rotto da un frullo, potente e fragoroso. Alzò lo sguardo: con un volo rapido e frequenti battute d’ala, la brigata s’involò verso valle. Non fece in tempo a contarle, era stata colta di sorpresa.
Fu per questo che tornammo insieme alla Colma, nella speranza di rivedere le coturnici e poter confermare la loro presenza nell’ambito del censimento all’avifauna del Parco Nazionale Val Grande che Cristina stava portando a termine.
La coturnice (Alectoris graeca) è un uccello di dimensioni medie, corpo massiccio, becco corto leggermente arcuato verso il basso, coda e ali brevi e arrotondate, tarsi provvisti di una sorta di sperone nel maschio, che a volte compare anche nella femmina. Detta anche “cotorna” o pernice grossa (tra le pernici è infatti quella che ha le dimensioni maggiori), è un uccello galliforme appartenente alla famiglia dei Fasianidi. Vive a terra sui pendii montagnosi soleggiati, rocciosi e sassosi, alternati a cespuglieti di rododendri e vegetazione di basso fusto, in gruppi (dette “brigate”) in media di 10 elementi, che tendono subito a riunirsi se, minacciati o anche solo disturbati, dovessero disperdersi con fuga precipitosa a piedi o in volo.
Ha colori molto belli: bluastra nella parte superiore e sul petto, bianca nella gola con una striscia nera nella fronte e sulla gola, le ali degli scambi marroncini tendenti al rosso e bordati di nero, la parte inferiore color ruggine, le ali di sventolamento dal colore marroncino scuro, le penne esterne primarie di colore rosso ruggine con angoli giallastri e di colore rosso negli angoli; gli occhi sono marroncini, il becco è rosso vivo, il piede rosso pallido.
Il volo, allo stacco da terra, è molto rumoroso, poi prosegue con una lunga e veloce planata verso il basso (picchiata), e a volte termina con una lunga risalita, quasi sempre in un punto invisibile dal punto di partenza e posto a rispettosa distanza da quest’ultimo. Si ciba di erbe, semi, germogli, insetti e bacche.
La coturnice risulta ben distribuita nel parco nazionale lungo i crinali posti al di sopra del limite della vegetazione arborea o, a quote più basse, in corrispondenza di aree aperte, anche di ridotta superficie, con praterie rocciose. Sull’Atlante degli Uccelli nidificanti nel Parco Nazionale della Val Grande (a cura di Fabio Casale, Cristina Movalli, 2020), leggo che la tendenza mostrata dalla specie negli ultimi 15 anni, pur in assenza di specifici censimenti, sembra però essere negativa, soprattutto a causa della progressiva riduzione dell’habitat idoneo alla specie, conseguenza dell’abbandono delle attività agro-pastorali tradizionali.

Verso il Pizzo Proman

Una di quelle volte in cui raggiungemmo la Colma di Premosello (1730 m slm), ci accompagnò anche Franco Movalli, papà di Cristina. L’intenzione era di salire sul Pizzo Proman, 2098 m di altitudine, austera cima lungo la selvaggia cresta che fa da confine tra la Val d’Ossola e la Valgrande.

Dalla Colma, a quota 1730 m, proseguimmo lungo la mulattiera militare, parte integrante della cosiddetta “Linea Cadorna”, realizzata a scopi difensivi durante la prima guerra mondiale, tagliando il versante roccioso del Moncucco. Superammo i numerosi canaloni che solcano il vallone a picco sulla Val Serena. Raggiunte e superate due bocchette rivolte verso la piana ossolana, ci inoltrammo in una sassaia morenica sul cui fondo occhieggiavano i laghetti del Proman.
Ricordo che il sentiero era piuttosto esposto ma agevole. La presenza di qualche nevaio, superato con prudenza, non rallentò il nostro cammino. Purtroppo però un improvviso peggioramento delle condizioni meteorologiche ci consigliò di rinunciare all’ascesa. Facemmo appena in tempo ad ammirare i laghetti e fummo avvolti dalle nuvole.
Di quel rassegnato ritorno alla Colma conservo una foto scattata a Cristina e suo padre, ricordo di una giornata comunque piacevole e interessante anche per la presenza del dottor Movalli, che mi onorò della sua stima e della sua amicizia.



Sul Proman nel 1881

Anni dopo, su un vecchio giornale (La Voce del Lago Maggiore del 15 luglio 1881), lessi che la vetta del Proman era stata conquistata il 10 luglio 1881 da tre alpinisti: C.S., E.W., del CAI Verbano, e M.B.: «Ascensione non tanto facile a farsi, da essi già tentata altre volte, e che del certo ben pochi sinora intrapresero. Il tempo fu loro favorevole, di modo che godettero lassù di una vista stupenda, che dicono più imponente e spaziosa dello stesso Pizzo Marone. Ebbero per guida il bravo alpigiano Antonio Ruga, famoso cacciatore di camosci, uomo robusto e forte, assai pratico di quei monti, quindi molto da raccomandarsi in simili viaggi. Impiegarono da Premosello 7 ore per la salita e 5 per la discesa, facendo 39300 passi contati col podometro. La vetta misurata coll’aneroide risultò di metri 2180 sul mare. Lassù torreggia ora una piramide (così detto ometto) di pietre, a testimonianza oculare della compiuta ascensione, e che mediante un cannocchiale scorgersi benissimo anche da lungi».
Dietro alle misteriose iniziali credo di riconoscere Carlo Sutermeister ed Enrico Weiss, che l’anno successivo raggiunsero anche la Cima del Pedum, questa volta accompagnati Giacomo Benzi di Cicogna. Con loro sul Proman c’era forse Martino Baretti (M.B. nella cronaca dell’ascesa), geologo alpino che pochi mesi dopo divenne vice presidente del Club Alpino Italiano. Fu lui che ebbe la felice intuizione di denominare “Le quattro rosine” quel raggruppamento comprendente le sezioni primigenie del CAI nella zona del Piemonte orientale e precisamente la sez. di Varallo (1867), di Domodossola (1869), di Biella (1873), Verbano (1874).

Sui monti di Premosello e Colloro

Con Cristina in quegli anni salii altre volte sui monti premosellesi. Le mete variavano, ma non il fine: il birdwhatching, ossia l’osservazione e lo studio degli uccelli in natura, nonché l’ascolto e il riconoscimento dei loro canti e richiami.
Ad esempio, era il 13 giugno 1999 quando, nei pressi del bacino di carico della “Società Cooperativa elettrica Pro Colloro”, ascoltammo al crepuscolo l’inconfondibile canto del Succiacapre (Caprimulgus europaeus), un ronzio paragonabile al rumore di un motorino. Cristina trasalì, se non ricordo male era la prima segnalazione di succiacapre all’interno del parco nazionale. Un tempo attorno a questo uccello si tessevano numerose leggende: dagli antichi greci era chiamato “testa di capra” perché di notte si avvicinava alle stalle. Inoltre, era diffusa la credenza che mungesse le capre e che, come conseguenza, queste ultime diventassero cieche.
Quello stesso giorno, mentre salivamo verso I Curt e Curpic, Cristina rilevò la presenza di un maschio di Codirossone (Monticola saxatilis) e di un Passero solitario (Monticola solitarius), entrambi in canto, e osservò un maschio di Averla piccola (Lanius collurio).
Altre volte raggiungemmo La Colla, altre ancora Stavelli e la Bocchetta dell’Usciolo per poi scendere in Valgrande, Cristina con al collo il suo binocolo sempre a portata di mano, io “distratto” da ruderi di alpeggi o da date, lettere e nomi che osservavo incisi sulle rocce.

Di coturnice, fagiano di monte e succiacapra ma anche di lupi, orsi e linci, forse non avrei mai scritto se l’amica Cristina Movalli, per prima, molti anni fa, non avesse stimolato il mio interesse sulla fauna valgrandina. A suo padre Franco Movalli, devo invece la mia collaborazione, oramai quasi decennale, alla rivista Monte Zughero della sezione bavenese del Club Alpino Italiano.



©️ Fabio Copiatti

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista “Monte Zughero” (n. 25, gennaio 2025) del CAI sez. Baveno.

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