Un Natale d'altri tempi
Fabio Copiatti e Pietro Pisano
Tra le bancarelle spiccavano quelle che esponevano giocattoli, davanti ai quali sostavano mamme in cerca della migliore offerta e ragazzini trepidanti che si domandavano, con gioiosa aspettativa, cosa avrebbe portato loro in dono Gesù bambino di lì a qualche notte.
Un fitto circolo di bocche aperte s’accalcava intorno a vocianti venditori che, con astuzia sorniona, elencavano gli infiniti pregi delle merci in bella mostra. Dai banchi di generi alimentari, forniti d’ogni ben di Dio, arrivavano folate di effluvi odorosi che solleticavano l’appetito dei passanti distraendoli dai propri affari. Anche i venditori ambulanti di piazza S. Rocco venivano assaltati da stuoli di massaie e ristoratori che si contendevano ogni sorta di pollame e cacciagione da far cuocere durante le feste.
Alto e distinto, un uomo s’aggirava tra la folla. Era ben vestito e indossava un elegante cappello Panizza grigio fumo, calato sulla fronte forse per nascondere quell’occhio di vetro, pegno perenne di pericolosi giochi fanciulleschi dall’esito a lui nefasto.
Aveva trent’anni, gli ultimi dei quali segnati dalla scomparsa in guerra di tanti coetanei e dei cugini Pietro e Natale Ramoni: il primo, classe 1887, morto nel ’17 combattendo sul Monte Santo; il secondo, classe 1891, ricoverato all’ospedale militare di Codroipo, aveva seguito di lì a breve il cugino al camposanto. Ma il colpo ancor più grave, assestato dalla cattiva sorte al poveruomo, già austero di suo, era stata la morte della figlia Ada, vittima della Spagnola, la pandemia influenzale che aveva messo in ginocchio il mondo intero tra il 1918 e il 1919.
Si chiamava Vincenzo e veniva da Cossogno, un grazioso paesello poco distante, che dalle soleggiate balze soprastanti le forre del fiume San Bernardino condivideva col dirimpettaio paese di Rovegro l’arduo compito di sentinella della Val Grande. L’uomo era sceso alla riva del lago per un motivo ben preciso: cercare qualche dono per i suoi due figli, Ezio e Renata.
Abbandonato il mercato, iniziò a girovagare per la cittadina lacustre addobbata a festa.
Via San Vittore era inondata dalle luci sfavillanti dei negozi. La succursale della Ditta Zeda esponeva in due ampie vetrine pacchi confezionati di frutta secca e candita, cioccolatini e bottiglie di champagne. La Pasticceria Vallanzasca ingolosiva tutti con una gran mostra di panettoni e di paste. Il Gran Bazar del signor Tebaldi, oltre a un ricco assortimento di articoli per regalo, metteva in bella vista un’intera vetrina di bambole e pupazzi, di presepi di cartapesta e teatrini con marionette ben vestite e tra queste Rosaura, Florindo, Pantalone e persino uno stupendo Arlecchino!
Al Piccolo Parigi, sempre in via San Vittore, numerose lampadine variopinte dipingevano sui musetti di simpatici pupazzi, sui volti delicati delle bambole, sui trenini, sulle auto, sulle cucine e perfino sugli aeroplanini sospesi a un filo, un magico alone natalizio.
In via Baiettini la Drogheria Cardoletti custodiva nelle sue vaste vetrine pregevoli saponi da toeletta dai profumi così delicati da far sognare ogni donna. La Salumeria Galbiati rinvigoriva gli sguardi e stimolava gli stomaci e i palati dei passanti con una infinità di leccornie e prosciutti, di scatole di cibi prelibati d’ogni sorta e di antipasti aristocratici in grado di far venire a chiunque l’acquolina in bocca.
Giunto alle Cinque Vie, Vincenzo fu attratto dalla vetrina della Pasticceria Bettini, dove la faceva da padrone un grazioso albero di Natale dai cui rami pendevano, avvolti da luccicanti stagnole, numerosi cioccolatini frammisti a confetti. Tutto intorno vi era una sorta di piccolo zoo, dove leoni e tigri e altri animali feroci sostenevano con aria innocente, in compagnia di mansueti elefanti, graziosi cestelli-bomboniere.
Il negozio di salumi e panetteria Baj di via de Bonis, aveva una bella vetrina addobbata in modo particolarmente allettante. Anche la Salumeria Pedrini esponeva in bella vista salumi, zamponi e sardine. «Quanti peccati di gola!» pensò Vincenzo. Poi visitò il negozio Giacomo Baj in via Cantova, deposito della rinomata avicoltura di Renco, dove si allevavano le migliori bestie da cortile e da selvaggina del circondario. La vetrina del negozio Lucini, di fronte al Monumento dei Caduti, accanto ai ricchi doni esponeva un meraviglioso presepio in terracotta, con tanto di statuine dipinte a mano dai più bravi ceramisti del sud Italia.
L’uomo proseguì in via XX Settembre, tra la luce degli alberghi e dei caffè ben provvisti di panettoni e di un discreto assortimento di dolci. Rimase colpito anche dall’intrigante vetrina della seconda succursale Zeda, nella quale troneggiavano due grossi cestelli di cioccolata, zeppi di ghiottonerie e attorniati dalle migliori caramelle e da altre specialità che la rinomata ditta intrese sapeva tradizionalmente produrre.
Vincenzo camminò ancora, indugiando con lo sguardo su alcune sfarzose vetrine di via S. Antonio e poi, poco più in su, si ritrovò in corso Garibaldi. In uno spiazzo luminoso la cooperativa Unione aveva innalzato un grandioso Albero di Natale e magnificamente allestite, sotto la vigile direzione del direttore Migliavacca, tre sue spaziose mostre. Salendo ancora Vincenzo non poté fare a meno di ammirare anche il tradizionale Albero di Natale che, addobbato a puntino, faceva bella mostra di sé nell’ampio giardino dell’Asilo per l’Infanzia.
Tornato sui suoi passi fino a piazza Ranzoni, dove il Sindaco di Intra aveva fatto appendere all’Albo Pretorio municipale un quinterno di carta dattilografata, Vincenzo s’avvicinò incuriosito alla bacheca e lo sfogliò. Conteneva l’elenco di 661 poveri cittadini che avevano diritto all’assistenza sanitaria gratuita. Gli parve una lista interminabile e provò una stretta al cuore. Allora ripensò alla sua infanzia - alla vigilia di Natale del 1908 – anche la sua famiglia a quel tempo era tutt’altro che ricca. Ricordò perciò come si fosse ritrovato a sognare col naso appiccicato ad una vetrina di Via Cavour, a Pallanza. Non si trattava del solito trionfo di bottiglie, barattoli e scatolette. Il signor Giuseppe Moriggia, titolare della nota Drogheria pallanzese, era in verità un vero mago nel preparare la vetrina al punto che ogni anno le regalava un tocco e una forma espressiva nuova e palpitante di vita. E tutto ciò con tanto di trovate di fine ironia. Ma quella volta il simpatico commerciante aveva superato sé stesso! Infatti una folla di curiosi, piccoli e adulti, italiani e stranieri, sostava incuriosita tra mille risolini e commenti fissando l’originale esposizione del negozio. Sullo sfondo della vetrina si vedeva una montagna dorata: una tramvia a cremagliera s’inerpicava lungo le rotaie e poi, per mezzo d’una funicolare, frotte di gitanti da Baveno arrivavano al Mottarone, il cosiddetto “Righi” del Verbano. Il tutto realizzato allo scopo di ironizzare sulle promesse non mantenute dell’ammini-strazione comunale pallanzese. Infatti, in basso, vi era il plastico di una ferrovia elettrica con tanto di carrozze che provenivano da Pallanza! E tutto ciò funzionava in mezzo a un vero trionfo di susine, mandorle, uve, datteri, biscottini, frutti canditi, graziose figurine.
Ora, molti anni dopo, Vincenzo non riusciva a decidersi su che doni acquistare per i suoi figlioli; inoltre, perché non pensare anche a lui, al nascituro che ancora sonnecchiava nel grembo di sua moglie. Eh sì, Brigida, che tutti chiamavano affettuosamente Gigin, nel giugno del 1924 lo avrebbe reso per la quarta volta padre!
Fu allora, pensando al nuovo arrivo, che quell’uomo alto e distinto tornò al negozio in cui aveva visto esposto un grazioso Gesù Bambino in gesso dalle guance rosee, delicatamente adagiato in una culla di vimini. Ecco, quello sarebbe stato il regalo, unico per tutti i figli, anzi, per tutta la famiglia, presente e futura. Quello era il pegno d’amore che si sarebbe tramandato per sempre! Così Vincenzo marciò veloce sulla via del ritorno col Gesù Bambino in tasca, canticchiando in sordina un’aria natalizia e senza risparmiare sorrisi e parole di augurio a chiunque andava incontrando lungo la strada. Era felice nell’immaginare gli anni a venire con quel piccolo Gesù, che sarebbe passato di mano in mano, di padre in figlio e così via per generazioni, perpetuando in famiglia quell’antico gesto d’amore natalizio.
Quando iniziò a fioccare Cossogno era oramai a pochi passi. Poteva forse mancare la neve in un Natale così?
©️ Fabio Copiatti, Pietro Pisano
Foto: Il Gesù bambino appartenuto a Lino Copiatti (1924-2014)
Per la descrizione delle vetrine natalizie di Intra e Pallanza ci è stata utile la consultazione dei giornali d’epoca L’Azione, La Vedetta e La Gazzetta del Lago Maggiore in www.giornalidelpiemonte.it

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