Natale a Cicogna (con don Antonio Fiora e gli scout verbanesi)
La neve era caduta fitta per ore, senza concedere tregua, coprendo tutto come forse non capitava dal lontano 1888. Il paese, incastonato tra i monti della Valgrande, sembrava ancora più isolato del solito: un grappolo di case addossate le une alle altre, mute, riconoscibili solo dal fumo azzurrino che usciva dai comignoli. Il vento, quando passava, scuoteva i rami dei castagni, facendo disperdere nell’aria gelida nuvole di neve impalpabile. Il silenzio e il peso della storia aleggiavano tra le strette vie.
Don Antonio Fiora lasciò la canonica con il tabarro stretto sulle spalle. Era un uomo dalla corporatura robusta, i cui lineamenti energici, con tratti sicuri ed espressivi, tradivano il passato di cappellano degli alpini. Aggiustata la sciarpa attorno al collo, si fermò un istante a guardare il cielo. Pareva che da un momento all’altro dovesse ricominciare a fioccare.
«Vediamo se ’sti giovanotti arrivano davvero…» mormorò. E un sorriso, uno di quelli che gli accendevano gli occhi, gli comparve sul volto. Da giorni pensava a quell’idea un po’ folle: far salire fin lassù quindici Esploratori cattolici da Verbania, i cosiddetti scout, per ravvivare un Natale che rischiava di passare troppo in sordina.
Li sentì prima ancora di vederli: un rumore di passi impacciati nella neve fresca, qualche scivolone, e poi il chiacchiericcio allegro di chi comincia a intravedere la meta. Quel suono gli fece bene al cuore.
«Don Fiora!» gridò il giovane che li precedeva, con il suo bel fazzolettone annodato al collo e le guance rosse dal freddo. «Siamo arrivati! E con tutto il materiale!»
«Benvenuti, ragazzi! Avete fatto più svelto del previsto… o forse il freddo vi ha messo le ali!» rispose il sacerdote, aprendo le braccia come per stringerli tutti insieme in un unico grande abbraccio.
«Siamo saliti in bicicletta fino a Ponte Casletto, poi la neve era troppa e gli ultimi chilometri ce li siamo fatti a piedi», disse uno di loro.
I giovani ridevano, si scrollavano la neve dagli scarponi, guardavano il paese come se fosse un presepe vivente. Alcuni anziani, richiamati dalle voci, si affacciavano agli usci: qualcuno borbottava, convinto che “’ste cose” portassero solo confusione; altri salutavano timidamente, con la voglia - che forse non ammettevano - di lasciarsi contagiare da quella vitalità.
Don Fiora li accompagnò dentro la canonica. La grande stufa borbottava da ore, diffondendo un calore che odorava di legna buona e di zuppa rimasta a sobbollire sul fuoco. «Qui vi scaldate un po’. Poi prepariamo i pacchi per i più bisognosi: una dozzina di persone… e anche per i bambini, quelli dai quattordici anni in giù, che ormai si contano sulle dita di una mano. O forse su due, a malapena.»
Un ragazzo, togliendosi il berretto, domandò: «E chi consegna i doni, don Antonio?»
Il parroco trattenne a fatica una risata malandrina. «Un vegliardo dalla lunga barba bianca. Quindi molto più vecchio di me.»
Gli scout si scambiarono occhiate complici: avevano già capito.
La sera della Vigilia, il paese si raccolse nella piccola sala parrocchiale. I ragazzi allestirono un teatrino improvvisato: cantarono, misero in scena varie scenette che fecero ridere di gusto anche i più restii. Poi accesero il nuovo proiettore di filmini, donato da un benefattore amico di don Antonio, e mostrarono un documentario sulla vita di don Bosco. Nonostante il frusciare della pellicola e qualche salto immagine qua e là, la gente seguiva con un’attenzione rara.
Ma soprattutto erano loro, quei quindici scout, a portare una ventata di allegria che da quelle parti non si vedeva da molto tempo. La guerra era finita da anni, sì, ma il suo peso aleggiava ancora tra le mura e nei ricordi. Per questo, quella sera, la gente rideva quasi sottovoce, come se quel piccolo piacere andasse protetto, tenuto al caldo.
All’improvviso, un bussare forte interruppe tutto: TUM. TUM. TUM.
Le teste si voltarono all’unisono. La porta si aprì lentamente. Nella penombra apparve una figura alta, corpulenta, avvolta in un mantello scuro, con una lunghissima barba bianca e un grosso bastone.
«Oh, oh, oh… buonasera, gente di Cicogna!»
La voce era roca, ma fin troppo familiare.
«Ma quello è…» bisbigliò una donna.
«Zitta, che sennò rovini la sorpresa», le sussurrò l’uomo accanto.
I bambini restarono a bocca aperta. Alcuni fecero un passo indietro; il più coraggioso allungò la mano verso la barba.
«È vera?» chiese con gli occhi spalancati.
«Più vera della neve di questi giorni», rispose Babbo Natale, con tono solenne.
Poi distribuì pacchi, risate, qualche buffetto sulla testa. Non erano doni ricchi, ma utili. I dodici più poveri ricevettero riso, farina gialla, zucchero, e - meraviglia delle meraviglie - un soffice panettone, arrivato chissà come fino a quei monti. Ai bambini consegnò mandarini, caramelle, piccoli giochi; alle bambine un cestino per il cucito, che fece brillare gli occhi alle mamme.
Quando tutto fu finito, il più grande degli scout, gonfio d’orgoglio, proclamò: «E adesso… tutti in chiesa, per la Messa di mezzanotte!»
Qualcuno tossicchiò per prendere tempo.
Un altro disse: «Eh… sì… però bisogna chiudere la stalla.»
Un terzo guardò il cielo con aria saputa: «Mi sa che domani… nevica ancora.»
Don Fiora - o meglio, Babbo Natale - sospirò. «Lasciateli stare, ragazzi. Ormai quelli che vengono a messa son sempre meno…»
Gli scout annuirono, un po’ mortificati. Ma bastò arrivare in chiesa perché il cuore si risollevasse: nonostante il fuggi fuggi, un buon numero di persone era venuto davvero. E le Comunioni furono più del previsto, tanto che persino don Fiora, mentre si toglieva la barba in sacrestia, rimase per un istante in silenzio, meravigliato.
Uno dei giovani gli chiese: «Don Antonio… secondo lei se li sono meritati, i doni?»
Il parroco si sistemò i paramenti. Pensò un istante: «I doni bisogna meritarli due volte: la prima quando li ricevi, la seconda quando li condividi. E vedrete che oggi, a Cicogna, nessuno resterà senza una fetta di panettone.»
Uscì dalla sagrestia. La chiesa era illuminata solo dalle candele. L’aria odorava di cera e di umidità. Sulla soglia si voltò verso i ragazzi e, sottovoce, disse: «E comunque… non dite in giro che Babbo Natale sono io. Qui ho una reputazione da mantenere», disse colui che d’estate andava per alpeggi e monti senza tonaca e in braghette corte!
Gli scout sorrisero, e lui con loro. Poi le voci si fusero nei canti natalizi, mentre fuori la neve si assestava con un leggero scricchiolio sotto i passi dei soliti ritardatari.
Racconto scritto da Fabio Copiatti e Pietro Pisano, che si sono ispirati al breve articolo titolato "Fraternità scout a Cicogna", pubblicato su "Il Verbano" il giorno 19 gennaio 1962.
Foto generate da Google Gemini, un sistema basato sull'intelligenza artificiale generativa.
Sul libro “L’aquila di Cicogna” di Fabio Copiatti trovate altri racconti che hanno come protagonista don Antonio Fiora, parroco di Cicogna dal 1944 al 1971.




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