Miracolo in Valgrande: in ricordo di Zaveria Massera (1922 - 2026)

– Era il 17 luglio del 1937, il sole splendeva…

La voce le uscì così, come se qualcuno le avesse rimesso tra le mani il filo di un racconto lasciato a metà. Ma subito si interruppe. Guardò attorno a sé, spaesata.

Non c’era più il sentiero sotto Crussane, né il rumore del bosco, né il caldo afoso di luglio. L’aria era chiara, leggera, come dopo un temporale che ha lavato via tutto.

Zaveria fece un passo, poi un altro. Si portò una mano al petto, quasi a cercare qualcosa che non pesava più.

– Ma… – mormorò piano – E sum jamò rüvaa?

Non ebbe paura. Solo una specie di stupore fanciullesco.

Zaveria Massera e suo cugino Piero nel 1938
(foto gentilmente concessa da Lilia Massera)

Poco più in là, un uomo stava in piedi, con le mani dietro la schiena. Guardava lontano, come si fa davanti a un paesaggio che si conosce bene. Lunghi baffi, cappello e movenze d’artista, aveva il capo leggermente inclinato e lo sguardo perso verso un orizzonte invisibile.

Zaveria lo osservò a lungo. C’era qualcosa, in quella figura, che le pareva familiare.

L’uomo si voltò.

– Sei tu, Zaveria?

Lei strinse gli occhi, fece un passo avanti.

El pitur… – disse quasi sottovoce. – El pitur di Cicogna…

Lui sorrise appena. Era Giovanni Battista Benzi.

Per un momento rimasero in silenzio, come due persone che si ritrovano dopo un tempo troppo lungo per poterlo contare.

Poi fu lui a parlare:

– Ti ricordi?

Zaveria abbassò lo sguardo...

– Come no… – disse. – Era il 17 luglio del ’37. Andavo a Vüciaje, dalla mia mamma Rusín. Nei pressi di Crussane, sopra al sentiero, c’era Iacumín che tagliava legna…

Le parole arrivarono da sole, una dietro l’altra, senza fatica.

– Sentii quel rumore… forte… e pensai: “l’è el Surdenín che butta giù la legna”. Gli gridai: “Iacumín fermit, che passi mi!”. Ma rispose.

La donna si fermò un attimo. Alzò gli occhi verso Benzi.

– Più avanti c’era un albero divelto, con le radici rivolte al cielo, sul sentiero. Mi feci largo tra rami e foglie… e poi…

Non concluse.

Attorno a Zaveria e al pitur  il paesaggio cambiò, come mosso da un soffio leggero.

Il sentiero prese forma sotto i loro piedi. La terra smossa, i sassi, la pianta rovesciata. E, alle sue spalle, la ferita della frana, che aveva travolto tutto quel che aveva incontrato sul suo percorso.

Zaveria guardò, senza stupirsi.

– È scesa lì… – disse sottovoce, quasi incredula del fatto – pochi passi dietro di me.

Benzi annuì.

– E tu non sei stata travolta.

– Già.

Rimasero a osservare quella scena che non era più passato e non era ancora memoria: era lì, presente, come un quadro che si ricompone da sé.

– La mia mamma – riprese Zaveria – quando glielo raccontai… non disse niente, al momento. 

Un’altra immagine apparve, lieve, agli occhi di Zaveria: la stanza povera della sua casa di Müntüzze, il letto dove lei, da bambina, dormiva con la nonna, il muro intonacato a calce grezza.

– “In fund el lecc e gh’ere el quader de le Madone de Re…” – disse mia madre – Si fece il segno della croce e continuò: “Tü se salve par grazie sue”.

Benzi abbassò il capo, come davanti a qualcosa che già conosceva.

– È stata lei, sì – aggiunse Zaveria. – La sua immagine c’è anche nella cappelletta sotto Müntüzze… sempre lei, la nostra Madonna.

Per un momento, sopra il sentiero, il cielo si fece più chiaro. In alto, come affiorando da una luce sottile, prese forma un’immagine.

Zaveria la guardò e il suo volto si distese.

– Eccola… – sussurrò rivolta al pitur. – Proprio come nel quadro. Bellissima.

Non era più soltanto dipinta. Stava lì, splendente come una stella del mattino, come se avesse sempre vegliato su quel sentiero, su quelle povere genti di Valgrande.

Benzi fece qualche passo, lento.

– Ti ricordi quando siamo venuti qui? – chiese.

Zaveria annuì.

– Sì. Mi ha fatto mettere in posa… proprio lì. – Indicò il punto sul sentiero. – “Non muoverti”, mi ordinò.

– Due giorni ci sono voluti. Io guardavo il suo lavoro… non avevo mai visto dipingere un quadro.

Accanto a loro, forse evocato dai ricordi, apparve il quadro, l’ex voto che mamma Rusín aveva commissionato al pitur di Cicogna. Ne era uscito un piccolo capolavoro: la valle, il bosco, la frana, la bambina ferma sul sentiero. E in alto, nell’azzurro, la Madonna di Re. Tutto come nella realtà di quel lontano 17 luglio.

Zaveria si avvicinò. Guardò a lungo il dipinto.

L’è rüštoo tal e qual… – disse piano. Passò una mano nell’aria, quasi a volerlo toccare.

Poi, come se un altro ricordo si aprisse, voltò lo sguardo altrove.

– A Vüciaje… – disse. – Il curt… eravamo in cinque o sei famiglie. Tutti con le mucche, una ciascuno.

E subito, intorno a loro due, il paesaggio cambiò ancora: i prati verdi, la luce dell’estate, una distesa di fiorellini, tanto ammirati e amati.

– Si stava bene a Vüciaje… – aggiunse. – Anche se era dura, tutta l’estate a far fieno. Poi le castagne, quante ne abbiamo raccolte io e i miei fratelli, quante ne abbiamo portate al mulino di Cossogno per far farina.

Benzi la osservava, in silenzio. Non stava più dipingendo. Non ce n’era bisogno. Tutto era già lì.

Zaveria fece un respiro profondo, come chi riconosce finalmente un luogo.

Poi alzò gli occhi verso quella presenza nel cielo.

– Grazie – disse semplicemente.

E in quella parola c’era dentro tutto: la paura, il sentiero, la madre, il quadro, i fiori nei prati di Vüciaje, una vita intera. Sorrise, serena. Non le mancava nulla, Lassù.

L'ex voto del miracolo di Crussane
dipinto da Giovanni Battista Benzi nel 1937

Nota: questo racconto è la rielaborazione di quanto narratomi da Zaveria Massera nel novembre 2022, pochi giorni prima di compiere cent'anni. Ringrazio Livio Marchionini che fece da tramite tra me e sua madre, e Lilia Massera che ha rivisto le frasi in dialetto contenute nel testo.

©️ Fabio Copiatti


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