Anime silenti della Valle Intrasca

Il mio legame con Intragna si è fatto, negli anni, forte e profondo come le radici dei castagni che abbracciano le pendici della Valle Intrasca.
Ho camminato a lungo tra le sue case, inseguendo le orme di Antonio Garoni, la brava guida alpina di cui ho narrato le imprese in “A passo di vacca”, o meditando sul tragico destino di Fulvio Ziliotto, il medico triestino che, trucidato dai nazisti sul Pizzo Marona, trovò riposo nel quieto cimitero di questo paese, giovane partigiano al quale dedicherò il mio prossimo libro.
Qui, nel camposanto, avevo letto vecchie epigrafi funerarie, osservato foto, ricostruito storie, come quella della maestra Teresa Righini, nata il 10 maggio 1859 e morta il 20 marzo 1902. Di lei trovai traccia su un giornale dell’epoca: «Il paese tutto si unisce cordialmente al dolore del suo Sindaco Righini per la perdita della figlia Teresa Righini maritata Duca ornata di doti famigliari preclari, e dedicatasi per ben 26 anni alla missione dell’insegnamento. Stamane seguono i funerali».

Ogni ritorno a Intragna è un riannodare fili invisibili, un dialogo silenzioso con le anime di chi l’ha popolata.
L’estate scorsa, l’invito degli amici di Comuniterrae, l’associazione ecomuseale che promuove le “Terre di Mezzo” del Parco Nazionale Val Grande, mi ha riportato tra i suoi monti. Durante l’escursione, percorrendo un sentiero che si inerpica dolcemente verso la borgata di Cambiesso, i miei occhi si posarono su una pietra grigia, incastonata nel terreno.
Era una vecchia stele in pietra locale, spezzata in due ma ancora leggibile, che recava un’iscrizione semplice eppure carica di un’eco lontana: «All’anima di Luigi Garoni nato 1831 morto 1854 il F.G. pose», recitava l’epitaffio. Ricordai di averla già vista in fotografia. Mi era stata segnalata, tempo addietro, da Claudia Mazzabò, che abita poco distante.

La stele a ricordo di Luigi Garoni
(foto di Claudia Mazzabò)

Il cognome “Garoni” aveva destato la mia attenzione. Ma questa era un’altra storia, un altro destino consumatosi prematuramente.
La curiosità mi spinse a cercare sue notizie, desideroso di saperne di più su quel nome inciso nella pietra. Mi venne in soccorso, anche questa volta, l’amica Monica Gagliardi che nel locale archivio parrocchiale recuperò, su antichi registri, pochi ma utili dati anagrafici.
Così scoprii che Luigi, nato nel 1830, era figlio di Benedetto fu Giacomo e Maddalena Lomazzi. La sua vita si era spezzata in un mattino d’ottobre del 1854, a soli ventiquattro anni. La causa fu una «fatale caduta da una pianta». Ricevette l’estrema unzione in una casa non lontano dalla chiesa, segno di una comunità che si stringeva attorno al dolore improvviso della famiglia. E poi, il dettaglio che mi strinse il cuore: Luigi era sposo da appena venti giorni di Paolina Martinella.
Pensai lei, giovane sposa, il cui sogno d’amore era stato infranto così brutalmente. Il dolore inconsolabile, il futuro cancellato in un attimo.
E poi chi era il “F.G.” che aveva voluto erigere quella stele in ricordo di Luigi? Un fratello il cui nome di battesimo aveva come iniziale la G.? Forse Giacomo, come il nonno e come tanti altri compaesani che avevano ricevuto il nome del santo patrono di Intragna?
Mi resi conto che la lapide non era più solo una pietra consunta dal tempo. Era un monito silenzioso alla fragilità dell’esistenza, un ricordo di una vita interrotta troppo presto. La sua presenza lungo il cammino, tra gli alberi secolari e il profumo di fiori selvatici, custodiva un frammento di storia locale, un piccolo dramma consumatosi in un tempo lontano ma ancora capace di suscitare emozione.
Immaginai quel giovane uomo, pieno di vita e di progetti, la gioia fresca del matrimonio appena celebrato. Era salito su quell’albero di castagno per sbatacchiare i ricci per farli cadere a terra, un gesto ripetuto chissà quante volte, ma quel giorno trasformatosi in tragedia. Cercai di visualizzare la scena: il cielo terso d’autunno, le foglie che iniziavano a tingersi di giallo e di rosso, e poi il tonfo sordo, il silenzio agghiacciante.
Mi tornò in mente l’ex voto conservato nella sagrestia di un paese poco distante, muto testimone di una grazia ricevuta nel settembre del 1796 da due contadini accidentalmente caduti da un albero. Essi sono raffigurati nell’ingenua ed efficace tavoletta devozionale nell’atto di colpire con bastoni quelli che, a tutta evidenza, sembrano noci.

Ex voto di Valle Intrasca

In tante occasioni a uomini e donne mancò questa grazia, magari invocata nella coscienza di sapersi nel momento supremo e ultimo della propria esistenza terrena che vissero nei boschi e sui pascoli dei nostri monti.
A loro vada il mio, il nostro pensiero commosso.

©️ Fabio Copiatti
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Questo racconto, che non ha pretese letterarie ma è nato solo dal desiderio di mantenere viva la memoria delle nostre genti, è figlio della curiosità di una mia affezionata lettrice, Claudia Mazzabò di Intragna, e della generosità di una cara amica, Monica Gagliardi, attenta e brava ricercatrice storica delle nostre Valli Intrasche.

Cimitero di Intragna.
Stele a ricordo della maestra Teresa Righini



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