Dalla selvaggia Valgrande alle aiuole fiorite del Lago Maggiore. Giampietro Zaccaria, partigiano martire, nel ricordo di Giuseppe Cavigioli
All’avvicinarsi del 25 aprile 2025, vi propongo la vicenda poco nota di un ragazzo milanese, Giampietro Zaccaria (1925-1944), che diventò partigiano per autentica scelta di libertà; scelta che pagò con la vita. L’inedita ricostruzione della vicenda era stata pubblicata il 7 ottobre 1989 sui settimanali diocesani di Novara e del VCO dallo storico verbanese, di origine ossolana, Giuseppe Cavigioli (1923-2004), meglio conosciuto come Peppino, figura di spicco nella guerra di Liberazione.
Cavigioli “fu uno tra i più attenti e documentati protagonisti di quella disciplina rara e difficile che è la cultura storica e letteraria del territorio, la cultura locale” (Giuseppe Cacciami, Il Verbano, 21 febbraio 2004). L’ex partigiano, inoltre, aveva fatto da guida allo scrittore Nino Chiovini, del quale poi era diventato anche grande amico, “facendogli conoscere personaggi e fatti specialmente sulla Valgrande, dei quali Nino Chiovini trarrà quelle stupende pagine dedicate al periodo resistenziale e alla vita dei valligiani delle nostre valli” (Arialdo Catenazzi, ibidem).
Leggiamo insieme come Giuseppe Cavigioli rievoca la storia di Giampietro Zaccaria.
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| Una lapide, collocata a Milano in via California, civico 11, ricorda il sacrificio del partigiano diciannovenne. |
Giampietro Zaccaria, partigiano martire
Era una notte buia e fonda e il cielo sopra la Valdossola scaricava lampi, tuoni e acqua a catinelle. Fine maggio 1944, in quella notte Giampietro Zaccaria, ferito gravemente al braccio destro, assistito da un compagno, suonava il campanello dell’Ospedale di Premosello.
Lo fecero entrare e subito apparve il dottor Einaudi che iniziò l’opera di medicazione del braccio fratturato da una scarica di mitra. Dolori lancinanti sopportati col sudore freddo dell’umiltà, dopo un’ora viene fasciato alla meglio perché era un caso da ricovero.
Il dottore lo consiglia di rientrare a Milano e farsi ricoverare in Ospedale per poter guarire e gli consegna una scatola di aspirine per placare la febbre in montagna.
Gian Pietro ringrazia il dottor Einaudi e la signora Maria con gentilezza e riparte per la montagna col suo compagno, con la fresca fasciatura che già si scomponeva sotto la pioggia battente.
Nato nel 1925 a Milano, studente geometra, dallo zio materno, Capitano degli Alpini e grande invalido della prima guerra, fu educato ad alti sentimenti umanitari e patriottistici. Benché giovane, sentì una avversione profonda al nazifascismo e da allora ebbe inizio la sua attiva partecipazione alla lotta politica, propagandista convinto specie fra i compagni di scuola.
Alla caduta del fascismo il 25 luglio 1943, mentre si trovava a Rimini, scrive una lettera al padre in cui sfoga i suoi sentimenti e concludeva: «oggi il Popolo Italiano vive una delle ore più felici della sua storia dopo lustri di bassezze, dopo lustri di apatia e mortificazione». Non aveva obblighi di leva, avrebbe potuto continuare gli studi, ma l’amor patriottico fu più forte e così l’11 marzo 1944, superati i consigli della prudenza, vinta la tentazione degli affetti famigliari, abbandonava la casa di Milano e gli studi, per raggiungere in Valgrande le prime bande partigiane del comandante Superti. Nella lettera lasciata alla madre scriveva: «mamma mia, mi duole il cuore non poterti ubbidire, ma è come una catena di forze superiori. Non stare in pena, ho fiducia di fare il mio dovere e di ritornare». E dalla montagna il 17 marzo scrive alla mamma: «ho raggiunto sabato sera il luogo adatto alle mie aspirazioni, vivi tranquilla».
Il luogo voleva intendere l’Alpe Velina nella bassa Valgrande. Poi un lungo silenzio che mette in ansia i genitori.
Con la fasciatura fresca rientra in Valgrande mentre circolano notizie di imminente rastrellamento. Anche il comandante Superti lo consiglia a rientrare a Milano, dove all’Ospedale Niguarda avrebbe trovato rifugio sicuro, aiuto e cure necessarie. Anche perché poteva usufruire del bando di amnistia ancora in vigore.
Giampietro rifiuta l’invito a rientrare e vaga da un posto all’altro fra i diversi gruppi partigiani, mentre l’11 giugno 1944 i nazisti danno inizio al grande rastrellamento. L’Ilario Varetta, l’alpigiano. aveva appena caricato l’Alpe a Portaiola e un giorno si vede arrivare questo giovane sbandato e solitario in condizioni pietose.
L’Ilario, da buon samaritano, lo accompagna un po’ sopra l’alpe in una grotta, gli procura un giaciglio con foglie e gli raccomanda di non uscire, perché ci penserà lui a portargli una volta al giorno, latte e polenta, e da bere.
Il rastrellamento era in corso e da un momento all’altro potrebbero arrivare i nazisti. Infatti arrivarono, venivano da Colloro, un capitano, due sottufficiali, e una ventina di soldati. Armatissimi si accamparono proprio a Portaiola. La famiglia dell’Ilario si trovò tra due fuochi.
Transitarono a centinaia i soldati nazisti che accompagnavano verso la Val Loana e Malesco i partigiani catturati.
Dopo una settimana Giampietro esce dal suo nascondiglio, la febbre andava alta sui quaranta, l’Ilario se lo vide a un centinaio di metri dalle casere, lo invitò ancora a nascondersi, ma ormai era rassegnato, divorato dalla febbre, e i nazisti se lo videro barcollante davanti alla casera.
È qui, in quest’Alpe, che ha inizio il vero calvario di Giampietro e della sua mamma che è alla disperata ricerca del figlio. Viene accompagnato a Malesco dai nazisti e poi a Intra nelle scuole, mescolato con civili e partigiani.
I nazisti non si preoccupano più di tanto, non li sfiora il pensiero umanitario di prestargli qualche cura, per loro è soltanto un nemico disarmato e ferito.
Non solo, ma gli ufficiali nazisti hanno tradito anche la convenzione sul trattamento dei prigionieri di guerra, firmata il 27 luglio 1929 da quasi tutti i governi del mondo.
Era ancora in corso il rastrellamento in Valgrande, terminerà il 30 giugno, e per dimostrare severità verso le bande partigiane, il comandante nazista sul Lago Maggiore, decide la fucilazione a Fondotoce il 20 giugno, di quarantatre partigiani. Un maggiore delle SS e un capitano fascista che hanno assistito alla fucilazione, mentre rientravano al loro comando, vengono uccisi in una imboscata tesa dai partigiani tra Feriolo e Baveno, a bordo di una auto.
La contro-rappresaglia non si fa attendere, perché il mattino successivo, fra le aiuole fiorite del lungo Lago di Baveno, vengono fucilati 17 partigiani prelevati dalle scuole di Intra.
Triste destino per Giampietro Zaccaria, catturato ferito e disarmato meriterebbe clemenza e umanità ma la pietà e morta nel lunatico ufficiale nazista. Cade fra i diciassette col braccio ingessato.
La mamma è alla sua ricerca, da Milano scende col traghetto a Intra, poi si reca a Rovegro, quasi sempre a piedi, dieci giorni di pena, la indirizzano a Malesco, poi a Finero tra i fucilati, poi a Fondotoce, nell’affannosa rincorsa fra i caduti; infine a Baveno la conferma, Giampietro è lì, col braccio ingessato, è fra i diciassette nella fossa comune; il calvario si chiude e il ricordo continua.
La mamma Olga Zaccaria, vivente a Milano e oggi anziana, da quarantacinque anni, il 21 giugno d’ogni anno è qui all’appuntamento col figlio Gianmpietro, martire di Valgrande e poi fra le aiuole fiorite del Lago Maggiore.
Giuseppe Cavigioli
(Il Verbano, 7 ottobre 1989)
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| Il partigiano Giuseppe Cavigioli |
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Ringrazio Mauro Cavigioli per avermi permesso di pubblicare lo scritto e la foto di suo padre Giuseppe.
Per l'eccidio di Baveno si veda anche Giovanni Galli, Memorie ritrovate: i diciassette ragazzi fucilati a Baveno nel giugno del 1944, Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nel Novarese e nel Verbano-Cusio-Ossola Piero Fornara, Comune di Baveno, 2004.





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