"Maledetto, ora si può dire": Cicogna (Valgrande) tra il novembre ’44 e il giugno ’45 nei diari di due maestre

Nell’approssimarsi del 25 aprile, ho riletto – ancora una volta – i “diari” delle due maestre che nell’anno scolastico 1944-1945 insegnarono a Cicogna, Maria Piera Espa (curiosità: sul frontespizio del registro si legge Pina anziché Piera) e Teresa Natalia Martinetti.
È grazie alla ricerca storica di Caterina Bottini e al lavoro dell’Associazione culturale cossognese Le Ruènche se questi testi sono ora disponibili, in parte già pubblicati sui pannelli della mostra “I nošt šcoól. La scuola in tempo di pace e di guerra”, esposta nel settembre 2022 a Cicogna.
Sono testimonianze che evocano sentimenti forti, suscitano emozioni che fatico a controllare se cerco di immedesimarmi negli abitanti del paese, nei bambini, nelle due maestre che li hanno vissuti in prima persona. Furono giorni davvero terribili.



Ve ne propongo alcuni brani, iniziando con la cronaca del loro arrivo a Cicogna, tramandataci dalla maestra Piera.
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17 novembre 1944 venerdì
Ci hanno destinate a Cicogna, ultimo paese creato da Dio, come dicono i buoni montanari di quassù. Proprio vero! Dopo aver camminato, di buon passo, per quasi 4 ore: arriviamo stanche e sudate a destinazione. Il paese abbarbicato sulla montagna ha un aspetto veramente desolato. Poche baite quasi tutte diroccate e tutto intorno un silenzio di tomba; si sente soltanto qualche belato in lontananza. Come faremo a vivere quassù isolato per tutto l’anno? Pazienza, speriamo che il Signore ci aiuti e ci assista.
Non c’è anima viva intorno, sono tutti chiusi nelle baite, attorno al fuoco. Come fa freddo! E’ già caduta la prima neve costì ed ha ricoperto ogni cosa, anche le macerie, di questo povero disgraziato paese, sotto il suo candido e soffice mantello bianco.
Dopo aver gironzolato su e giù per parecchio tempo, scoviamo finalmente, in una viuzza, la dimora del Parroco [don Antonio Fiora]. Egli ci accoglie col suo buon sorriso paterno e, siccome siamo tutte intirizzite, ci invita gentilmente a scaldarci alla viva fiamma del caminetto su cui arde un ceppo secolare; poi, accompagnate dal Reverendo, ci rechiamo a visitare la… scuola.
E’ un locale basso, piccolo, rischiarato da una sola finestrella munita di inferriata; più di un’aula mi fa l’effetto d’una cella delle carceri. È impossibile contenere 5 classi in un locale tanto piccolo e malsano!
Manifestiamo la nostra contrarietà al Parroco, egli assicura che farà tutto il possibile per trovare dei locali più decenti, ma non ci nasconde che sarà assai difficile trovarne poiché Cicogna è stata ridotta assai male, dopo il disastro avvenuto nel mese di giugno.
L’edificio scolastico, tutte le case più belle sono state distrutte e, questa povera gente, è costretta a vivere ammassata nelle poche abitazioni rimaste immuni dagli incendi e dalle cannonate. Povero paese senza alcuna comodità (non vi è neppure la luce elettrica) e isolato! La guerra non ha voluto risparmiarlo e si è abbattuta su di lui con la sua furia distruttrice, riducendolo in condizioni veramente miserabili e pietose.


L’11 gennaio del 1945 nazisti e fascisti tornarono a Cicogna. Così Maria Peron, infermiera dei partigiani, raccontò l’accaduto: «Fu per Don Fiora la prova del fuoco. Fu messo al muro con le maestrine Piera Espa e Natalia Martinetti, con la sartina Carolina, con la tabaccaia Eleonora Trincherini ed altre donne di Cicogna per essere fucilato con esse se non avesse rivelato il nascondiglio dei feriti e dei partigiani combattenti. Fu un momento di trepidazione e di angoscia per tutti in paese. L’Eleonora venne anche sonoramente schiaffeggiata per una risposta ritenuta ironica, ma Don Fiora con acuta intelligenza e con frasi persuasive riuscì ancora una volta, sebbene in extremis, a convincere quei soldati, salvando così le condannate e sé stesso».
Qualche giorno dopo, Piera Espa scrisse sul registro di scuola:

15 gennaio 1945 lunedì
È caduta tanta neve in questi giorni e intorno è tutto candido e silenzioso, sembra di essere avvolti in un involucro di bambagia tanto i rumori sono attutiti, anche le campane hanno un suono fioco, alle volte non si sentono neppure, sembra non abbiano più voce. In questi giorni i fascisti ed i tedeschi sono saliti fin quassù per far rastrellamento e noi insegnanti abbiamo avuto l’ordine di sospendere le lezioni per tutta la durata delle operazioni. Gli abitanti sono addirittura terrorizzati, poveretti si ricordano i disastri del rastrellamento di giugno!
Le donne pallide, sgomente girano per le viuzze trascinando seco i bambini tutti spauriti oppure sostano a crocchi presso le case parlottando a bassa voce e guardandosi attorno con aria spaventata. Cerchiamo, coadiuvate dal Reverendo, di infondere loro un po’ di coraggio e di indurle a starsene tranquille nelle loro case. Finalmente riusciamo a persuaderle, meno male altrimenti guai! Si ritirano nelle loro casupole a pregare sperando che tutto si risolva per il meglio e che finisca in fretta questo benedetto (maledetto, ora si può dire)* rastrellamento. Per fortuna questa volta non è successo nulla, i nazifascisti si sono limitati a perquisire le case ed a fare qualche interrogatorio.
Anche noi, come autorità del paese, abbiamo dovuto subire un interrogatorio abbastanza lungo e preoccupante però, se Dio vuole, ce la siamo cavata senza alcun incidente. Tutto ora è tranquillo e noi abbiamo ripreso la scuola, speriamo che non capiti più nulla e che si possa rimanere tranquilli e calme.

* inciso aggiunto dopo la Liberazione.

Questo invece il racconto di Teresa Natalia Martinetti:

19 gennaio 1945
La neve è molto alta e continua a cadere. La scuola è stata chiusa per tre giorni. C’è stato rastrellamento. Le truppe questa volta non hanno bruciato nulla. Si sono fermate otto giorni. Noi siamo rimaste in sede. Ora questi giorni sono finalmente passati, non pensiamoci più, ne riparleremo in altri momenti.
I bambini sono un po’ spaventati. Ne ricordano altri due di cui il primo il più disastroso, quello durante il quale sono andate distrutte tre quarti delle case, durante il quale è mancata moltissima roba, il rastrellamento di giugno, mese memorabile che questi bimbi innocenti non dimenticheranno facilmente. Ora speriamo di riprendere le lezioni regolarmente, senza che arrivi qualche altra cosa a disturbare la quiete.


Lo scampato pericolo trapela tra le righe di un registro sul quale, ovviamente, le due maestre registravano con prudenza gli avvenimenti. Significativo è l’inciso “maledetto, ora si può dire” aggiunto a guerra conclusa.
Il 5 aprile la scolaresca andò in gita a Pogallo, un alpeggio distante un’ora di cammino da Cicogna. Sono momenti di apparente serenità, ma le ferite lasciate da guerra e rastrellamenti nazifascisti non vengono dimenticate. Riviviamo questa passeggiata con le parole della maestra Teresa.

5 aprile 1945, giovedì
Ieri mattina appena entrata in classe promisi ai miei ragazzi una passeggiata a Pogallo, poiché era una bellissima giornata di primavera. Partimmo infatti all’una e mezza. In fila indiana uscimmo da Cicogna, iniziammo il cammino lungo la mulattiera che conduce a Pogallo. I bambini erano felicissimi, lungo il cammino coglievano fiori, si interessavano dei nomi di essi. Altri si rincorrevano cantando, saltando come dei caprioli. Sono agilissimi in montagna. Percorrono queste mulattiere, sentieri da capre, con facilità straordinaria, senza alcuna fatica, sfiorano burroni, fanno passi difficili senza mostrare un minimo di esitazione o paura. Dopo mezz’ora di cammino arriviamo a Pogallo. Un gruppo numeroso di baite, dove c’è la luce elettrica. Bellissimo posto. […] Ci interessiamo della teleferica. Vedemmo con interesse i boscaioli lavorare attorno ad essa. Sostammo in preghiera sulle fosse di 17 uccisi durante il rastrellamento di giugno. […]


Finalmente arrivò il giorno della Liberazione, qui descritto nella cronaca della maestra Teresa.

2 maggio 1945 mercoledì
Finalmente siamo “in più respirabil aere” […].
La calata al piano da parte dei partigiani è un fatto compiuto. Ora […] finalmente tutta Cicogna vivrà con maggior tranquillità. Non ci sarà più sospesa la spada di Damocle su questo povero paese e i suoi abitanti, colpevoli solo di aver ospitato partigiani e di averli aiutati durante tutti i mesi trascorsi su queste montagne consacrate dal sangue di patrioti caduti in combattimento, trucidati o uccisi. Abbiamo avuto la gioia di vedere i nostri ragazzi entrare trionfalmente in Intra e nelle altre cittadine vicine, accolti dalle grida di entusiasmo del popolo.
Il giorno tanto atteso è giunto. Dopo il primo attacco del 22 aprile alle ore 4 alla città di Intra, dopo aver debellato tutti i posti di blocco che sembravano imprendibili, il giorno 24 i partigiani potevano liberamente entrare in Intra abbandonata durante la notte dalle truppe nazifasciste.
Con l’entrata dei partigiani venne anche la libertà di parola. Ora si può parlare liberamente, si può gridare a tutto il mondo il male fatto dai nazifascisti, tutte le crudeltà fatte subire ai partigiani, alle popolazioni dei paesi occupati da essi, tutti i bottini fatti nell’assalto di questo paese.
A Cicogna, durante il rastrellamento di giugno, hanno depredato tutto quello che trovavano nelle case: biancheria, cibi, oro, tutto era oggetto di bottino. Non contenti di aver svaligiato il paese, hanno appiccato fuoco alle case già cannoneggiate prima. Bisognerebbe lasciare la parola ad un Cicognino, vi saprebbe benissimo illustrare nel suo gergo tutto quello che ha visto in questi tremendi mesi nei quali ha perso ogni suo bene.
Ho potuto anche parlare liberamente ai miei ragazzi, ho potuto dire quello che pensavo, ho potuto raccontare a loro le gesta dei nostri partigiani, illustrare il grande contributo dato per la liberazione dell’Alta Italia ancora in mano ai fascisti e ai tedeschi.
Finalmente anche questi piccoli non hanno più il timore di vedere arrivare i tedeschi o i fascisti e di vedere minacciare col fucile o battere i loro genitori, se non loro stessi. Quante lacrime hanno versato questi bimbi, soprattutto nell’ultima puntata. I maschietti erano già istruiti dai genitori, nessuno di loro interrogati dai nazifascisti ebbe a rivelare qualcosa sui partigiani, tutti sapevano tacere nonostante le minacce. L. e S. mi dicono che si sarebbero fatti uccidere ma da loro non avrebbero saputo nulla.
È stata una chiacchierata piuttosto lunga oggi, i bambini hanno le guance rosse e gli occhi brillanti dalla gioia di sentire tante cose belle.
Finalmente per la prima volta hanno sentito la loro maestra elogiare, esaltare i partigiani pubblicamente.


Martedì 5 giugno 1945, sempre Teresa Natalia Martinetti conclude così il diario:

Addio Cicogna, mi ricorderò in eterno di questo anno eccezionale, di tutti i tuoi rastrellamenti, di tutti gli interrogatori subiti, di tutti i tuoi abitanti e … anche dei tuoi bisogni. Ringrazia il Signore di aver avuto la fortuna di ospitare i partigiani che ora, soprattutto la buona Maria, penseranno a te, per ricostruirti di nuovo, per darti nuovi mezzi, per darti la possibilità di una vita un po’ più facile, un po’ più decorosa di quella che hai condotta fino ad ora.

Maria Teresa Martinetti (1924-2022), fu insegnante provvisoria delle classi IV-V della scuola elementare di Cicogna nell’anno scolastico 1944-45. Alunni di IV classe n. 7; di V n. 5 di cui 1 oltre i 14 anni.
Maria Piera Espa (1924-2006) fu insegnante non di ruolo delle classi I-II-III. Alunni di I classe n. 11; di II n. 5; di III n. 5 di cui 2 dai 9 ai 12 anni.

Piera Espa


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Ringrazio Caterina Bottini e gli amici dell’Associazione culturale cossognese Le Ruènche per la ricerca storica condotta e per avermi concesso di pubblicare questi brani tratti dai diari delle due maestre di Cicogna.

©️ Fabio Copiatti e Ass. culturale cossognese Le Ruènche

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