Mottarone, 1917: “Una festa di luce e di bellezza sotto un sole sfolgorante”
Il racconto è stato pubblicato su Monte Zughero n. 26, gennaio 2026, rivista della Sezione CAI di Baveno nel ricordo di Giorgio Cittadin (1935-2025).
Quando ho acquistato queste tre foto ho pensato subito a Giorgio. Le ho posate sul tavolo, una accanto all’altra. Ognuno degli scatti mi parlava, mi raccontava una storia dimenticata, vissuta da centotrenta bambini il 7 ottobre del 1917.
Mi sono messo alla ricerca di informazioni sui giornali dell’epoca. La Vedetta di Intra e il Corriere della Sera mi hanno restituito nomi, telegrammi, epigrafi, il lessico austero di una patria in guerra.
Da lì è nato questo piccolo viaggio che mi ha portato dalla vecchia stazione della Ferrovia Stresa-Mottarone al sentiero che conduceva sulla vetta del monte e, infine, alla sala da pranzo dell’Albergo Guglielmina.
Ho ascoltato le voci dei bambini, i discorsi delle autorità, ho cercato d’immaginare lo stato d’animo dei protagonisti.
Sì, credo che all’amico Giorgio Cittadin, redattore e anima della rivista Monte Zughero, questo racconto sarebbe piaciuto.
![]() |
| L’accoglienza alla stazione di Stresa |
La prima fotografia è stata, casualmente, l’ultima che ho trovato: i bambini sono appena scesi sulla banchina di Stresa dal convoglio arrivato da Milano. La cronaca de La Vedetta del 13 ottobre 1917 racconta: “Centotrenta orfani di guerra, guidati amorosamente da Socie e Soci del Club Alpino, stamane arrivarono a Stresa, accolti festosamente dalle nostre Autorità, dal Comitato e da varie rappresentanze del paese.”
Cerco di immaginare la scena: i cappellini bianchi, le giacche troppo grandi, le mani che stringono fagotti leggeri, i volti spaesati, intimoriti da tanta attenzione. La guerra li ha già segnati, chissà se quel giorno riusciranno a sorridere?
Un treno speciale della ferrovia del Mottarone li attende: vagoni di legno che si arrampicano tra i boschi, verso un panorama che per molti sarà il primo vero incontro con la vastità del mondo.
![]() |
| La salita a piedi verso l’albergo Guglielmina |
La seconda immagine mostra i bambini in fila ordinata lungo una strada sterrata, in cammino verso l’albergo Guglielmina che appare sullo sfondo. Le giacche scure e i pantaloni chiari si alternano come le tessere di scacchiera. Intorno a loro, uomini in bombetta e cappelli alpini.
Non c’è retorica in questa foto, solo il passo dei bambini, il respiro corto, il sole che batte sulle loro teste. Invece, la retorica trabocca nei discorsi ufficiali. Lo ricorda la cronaca, che cita i saluti al generale Luigi Cadorna e l’omaggio alla patria. Persino il Presidente del Consiglio, Paolo Boselli, inviò un telegramma: “Plaudo all’idea gentile che ha mosso Club Alpino, te e principe Borromeo all’opera pietosa e nel tempo stesso patriottica verso gli orfani dei nostri eroi morti sul campo dell’onore e della gloria. Sono con voi e con codesti giovanetti col cuore e coll’animo formando auguri per il loro benessere e la loro educazione, per il loro avvenire. Saluti cordiali, Boselli.”
Parole solenni, che suonano lontane dalla polvere della strada che vedo nella foto. Eppure, in quell’ottobre del 1917, tutto viene trasfigurato nel linguaggio della gloria. Anche la fatica di un bambino in salita.
![]() |
| Il pranzo all’albergo Guglielmina |
La terza fotografia è un fiume umano raccolto intorno a tavoli lunghissimi, gli occhi puntati verso l’obiettivo. Sulle pareti sventolano bandiere tricolori, come se quella sala fosse diventata il cuore stesso della patria.
I giornali scrivono che fu “una festa di luce e di bellezza sotto un sole sfolgorante”. E aggiungono che al ritorno i gitanti furono accolti con “rinfreschi ed un abbondante cestino per la merenda in treno”. Ma a colpire è l’eco poetica lasciata a Stresa da quell’incontro:
“Orfani di guerra
in uno slancio di sacrificio propiziatorio
ammirati e rimpianti
i vostri Padri valorosi
rivendicarono i diritti conculcati
di Italia, della civiltà.
A voi
dal dolore irradiato di gloria
la perenne sollecitudine materna
della Patria che ricorda
il saluto il bacio l’augurio
di Stresa commossa e reverente.”
Parole scritte per l’occasione dal dott. Francesco Pestalozza e scolpite come su una lapide. Però nei volti dei bambini, fissati dalla fotografia, non c’è gloria né sacrificio: c’è stupore, timidezza, forse divertimento. Sono ragazzini che, per un giorno, hanno mangiato a sazietà e guardato il mondo dall’alto, forse dimenticando la guerra che li ha resi orfani.
Epilogo
La sera, a Milano, le madri li attendono. Qualcuno torna stringendo forte il cestino dono del comitato. Qualcun altro racconta del trenino che saliva verso il cielo, del pranzo regale, dei prati infiniti, del panorama tra monti, laghi e pianura.
Oggi restano queste tre fotografie. Carte fragili, sopravvissute a tutti quei volti. Guardandole, non sento gli inni alla patria né i telegrammi solenni, ma solo il respiro dei bambini, il fruscio delle scarpe sulla ghiaia, il brusio delle loro voci.
Non so che fine abbiano fatto quei fanciulli. Molti avranno conosciuto un’altra guerra, vent’anni dopo. Alcuni non avranno più rivisto il Mottarone. Ma quel giorno, il 7 ottobre 1917, per qualche ora, furono solo bambini: nutriti, protetti, sorpresi dalla bellezza del mondo.
E forse è questo che la fotografia trattiene, con la sua testarda ostinazione: non la gloria, non la retorica, ma l’attimo irripetibile in cui centotrenta volti di bambini senza padre si affacciano alla vita come a un balcone di montagna, cercando nel cielo infinito un motivo per restare.
©️ Fabio Copiatti





Commenti
Posta un commento